“Terrazza Ramè” a Napoli: skyline di gusto ed eleganza

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Inaugurazione e presentazione alla stampa di “Terrazza Ramè”, il ristorante gourmet del Gold Tower Lifestyle Hotel.

La struttura nasce nel 2019, dall’idea di un imprenditore napoletano, Carlo Pugliese che trasforma un vecchio complesso industriale in un’innovativa struttura alberghiera a quattro stelle lusso.

L’hotel

Il Gold Tower Hotel vanta un lounge bar, un centro benessere di mille metri quadrati, una palestra, un centro congressi che può ospitare fino a 170 persone, una zona esterna per coffee break, un giardino, una terrazza panoramica per eventi e ben due ristoranti. Uno è destinato ad una cucina tradizionale e prende il nome di “Lapillo”; per la preparazione dei piatti viene utilizzato l’orto presente in struttura denominato “Vesuvius Garden” per un’idea di cucina a km zero; l’altro, invece, inaugurato proprio per la presentazione ai giornalisti, è destinato ad offrire un’esperienza diversa, basata su uno stile maggiormente gourmet. Sapientemente coperta con elementi strutturali di ultima generazione, la terrazza saprà accogliervi, grazie a sistemi di condizionamento di ultima generazione, sia in inverno che in estate. Sarà possibile anche godersi il sole delle giornate migliori con una vista che spazia dal Vesuvio all’isola di Capri, dal moderno Centro Direzionale allo storico Castel Sant’Elmo.

Il racconto della degustazione

La degustazione è stata introdotta dal giornalista Giuseppe Giorgio e da Marco Zuppetta, direttore di “Terrazza Ramé”.Molto gradito anche il contributo dello chef Giancarlo Lo Giudice che ha voluto introdurre personalmente tutti i piatti preparati per l’occasione.

Notevole attenzione è stata riservata alla materia prima e alla mise en place, senza forzature inutili, ma conservando leggerezza ed eleganza. Molto particolare l’entrée che ha visto la preparazione di un mini panino cotto al vapore con ragù di polpo, mentre il pacchero al ragù di manzo con sifonata di provola e carota affumicata è stato davvero concepito alla perfezione, sia per la combinazione dei vari ingredienti che per l’esecuzione.

Non è mancata l’innovazione con il risotto caprese e il maialino allo scampo, il tutto impreziosito da un servizio garbato e professionale, sia del personale di sala, che del sommelier.

Cinque i vini in abbinamento: Franciacorta – Bellavista; “Vigna Cicogna” Greco di Tufo – Benito Ferrara; “Dimonios” Cannonau Riserva – Sella e Mosca; Giuseppe Tizzano Limited Edition; Picolit – La Tunella.

Il percorso di vita umana e professionale dello chef Giancarlo Lo Giudice unisce davvero “il Regno”; infatti, essendo siciliano di nascita ma ischitano di adozione tiene molto ad arricchire i suoi piatti con continui rimandi a questa unicità territoriale e culinaria.

Dal 2022 è Executive Chef dei due ristoranti dell’hotel e combina in modo sinergico tradizione e sperimentazione. La scelta della proprietà è di certo ambiziosa, ma è proprio questa l’imprenditoria che serve a Napoli: costruire, scommettere e creare opportunità di sviluppo proprio nelle aree più svantaggiate, così da iniziare un concreto percorso di emulazione verso l’alto.

Terrazza Ramé si trova all’ultimo piano del Gold Tower Lifestyle Hotel, in Via Brecce S.Erasmo 185 e assicura il servizio tutti i giorni, sia a pranzo che e a cena. L’offerta è rivolta principalmente ai residenti, a coloro che cercano un posto in città dove poter vivere un’esperienza gustativa di classe, in un ambiente sereno e reso unico da un importantissimo dettaglio: skyline sulla città davvero da…”capogiro”.

Yuri Buono
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I 33 d’Italia s’incontrano da Alois

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«Dica 33» è stato da sempre il metodo utilizzato per controllare il nostro stato di salute.
Ed è così che, dicendo trentatré, quest’angolo di bellezza casertana ha dimostrato davvero di essere in ottima forma.

Chi sono “i 33 d’Italia”

I 33 d’Italia” è un evento itinerante che ogni anno vede riunirsi 33 cantine (e 33 amici) per far conoscere l’Italia del vino in giro per la penisola.

Quest’anno è toccato alle Cantine Alois ospitare a Pontelatone, alle pendici dei Monti Caiatini, questa bella e interessante manifestazione e, diciamolo, è andata alla grande.

L’ingranaggio ha funzionato perfettamente, sia perché tutto si è svolto nella loro splendida struttura ottocentesca – parte di ciò che un tempo fu una riserva di caccia borbonica – con un servizio attento e professionale curato dall’ AIS Sommelier Caserta, sia perché gli show cooking e le degustazioni hanno visto la presenza dei migliori chef e produttori del territorio.

Non è mancato il tocco fine, garbato e delicato di Roberto Martino, già chef stellato del ristorante “Il Vairo del Volturno” di Vairano Patenora. Assaggiare anche solo una sua piccola preparazione equivale a riscoprire le tradizioni di quest’angolo di terra campana e i sapori più veri di un pezzo di cuore casertano. Così è stato anche stavolta: nelle sue creazioni, l’equilibrio la fa sempre da padrone, e lo si è notato dall’incontro tra la cipolla alifana e il lupino gigante di Vairano, ma anche con l’arte sapiente di “ingentilire” i tagli di carne meno nobili.

Una delle creazioni dello chef Roberto Martino

I vini cru di Alois

È stata anche l’occasione per provare i tre “cru” aziendali, ottenuti dopo dieci anni di sperimentazioni dai vigneti più vocati posti a 350 metri s.l.m., ai piedi del Monte Friento, in località Audelino e impiantati alla fine degli anni novanta.

Si tratta di “Morrone” (pallagrello bianco), “Murella” (pallagrello nero) e “Trebulanum” Riserva (casavecchia). Tre cru aziendali che negli anni sono riusciti a dare vita ad uve con ph al di sotto di 3,20.

Da questa idea è nato il progetto di zonazione dell’Alta Campania, che si concluderà quest’anno, con la pubblicazione di un Atlante, comprendente aspetti storici e geologici e con un focus su ogni azienda del territorio analizzato.

Fare rete: il progetto Pizza Hub partito da Franco Pepe

È il concetto di fare rete che qui riesce davvero bene e lo testimonia anche il progetto “Pizza Hub”, partito dalla pizza di Franco Pepe ma che mette in rete trenta operatori del territorio, attraverso un attento percorso di formazione.

La collaborazione ha portato alla creazione di una guida digitale, creata da Pizza Hub – Viatoribus, dove poter trovare un “itinerarioenogastronomico che valorizza in modo sinergico il territorio e le sue eccellenze.

E, allora, diciamo trentatré con l’emozionante aggiunta di tutta la biodiversità della nostra terra.

Yuri Buono

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Un pranzo cilentano immerso nella poesia

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Ciò che a prima vista può sembrare un quadro non è altro che un’opera d’arte a quattro mani. Quelle divine hanno creato lo sfondo fatto di diversi gradienti di verde e di acqua cristallina, mentre quelle umane hanno trasformato sapientemente acqua e farina.

Se quello che mi accingo a raccontarvi fosse stato un semplice pranzo, magari anche buonissimo, non lo avrei scritto sul mio blog, dove racconto di “emozioni”. Ecco, l’emozione. Quella che si può provare solo quando un pranzo finisce di essere tale e diventa esperienza irripetibile; non solo per la qualità del cibo, ma per il contesto, per i dialoghi, per le sfumature e, soprattutto, per i silenzi.

Sono silenzi che si riempiono di profumi; silenzi che raccontano di un luogo meraviglioso come Baia Trentova, ad Agropoli, che da qui può essere ammirata in tutta la sua commovente bellezza.

La coppia di amici che ha voluto condividere delle ore piacevoli è una coppia che crea; lui poesie, racconti e riflessioni; lei, invece, opere d’arte con i colori, con la farina e con i pastori. Entro in punta di piedi, com’è giusto che sia, ma più che altro ci entro così perché tutto ti parla: un quadro, un libro, un panorama, un forno a legna, un decoro, un piatto…il camino.

È lì che scorgo qualcosa di insolito. Accanto alla cenere c’è una pentola; mi “affaccio” e vedo che dentro c’è del sugo di pomodoro con la carne, “atto a divenire” ragù. È una cottura lenta, lentissima, fatta di piccoli sbuffi e che va avanti con il calore della brace posta al suo fianco.

Non so a voi, ma a me emoziona. L’attesa di poter gustare una cosa buona; il “portare avanti” tradizioni che “portano indietro”, o meglio, che portano al Vero. I profumi sono diversi, sanno di buono, di genuino e, allora, decido di dirigermi in cucina, dove un’altra pentola sta cuocendo dei ceci che il tempo e la cura stanno trasformando in crema.

Accanto c’è una spianatoia, localmente detta “scannaturu”; è lì che sta riposando la “pasta fatta in casa”. Le orecchiette serviranno per il ragù, mentre le lagane andranno ad impreziosire questa crema di ceci. Pensate, solo per un istante alla manualità, al ripetersi dei gesti: quello breve e deciso per ottenere le orecchiette, quello più lungo e cadenzato per le lagane.

Sono gesti che parlano in silenzio; sono lì, come a voler dire: «Sei importante». Mi sveglio presto per te, impasto per te, attendo per te…in altre parole, creo per te! Ahhh…quanto bene farebbe alle famiglie tornare ad impastare!!!

È quasi pronto! Fuori il sole di dicembre riscalda il cuore e l’anima. Esco per ammirare una bellezza davvero difficile da eguagliare e resto immobile, convinto del fatto che il futuro sarà davvero dei piccoli centri, dei luoghi ameni, del ritorno alla terra e all’umanità.

Sì, ho detto proprio umanità, perché tutto ciò che ti porta lontano da te stesso è dis-umano, dove il prefisso “dis” è fin troppo eloquente. Dice tutto. Se qualcosa è dis-umano, ti priva dell’umano; contraddice l’umano; è contrario all’umano; si oppone all’umano. È l’eterna lotta tra Caos ed Armonia.

Il futuro o è qui o non è! Il futuro deve tornare per forza all’essenziale. Hanno iniziato prima con l’inurbamento, spostando intere famiglie dalle campagne alla città, hanno proseguito con la conurbazione, fondendo i piccoli centri alle grandi città e hanno completato l’opera creando la società dei desideri che possono essere appagati, in qualunque momento, dai centri commerciali disseminati principalmente a ridosso dei centri minori e che fungono da collante con la città. Luci e luccichii di un mondo fatto di plastica e solfiti che ti promette lunga vita ma che, nel frattempo, ti cambia la vita, perché viviamo nel malessere credendolo benessere!

Il piatto è in tavola. Le riflessioni si placano. Si stappa una buona bottiglia di vino genuino e, finalmente, si gusta un piatto memorabile di “lagane e ceci”. Era da tempo che ci dicevamo di vederci a pranzo, un giorno, per assaggiare questa prelibatezza tutta fatta in casa, in Cilento, dove i ceci sono cultura. Ne prendo un altro “cuppino”, unità di misura che qui va molto”a sentimento” e conversiamo fino alla torta: un morbido pan di spagna impreziosito da quella crema che piace a me. Il gusto? Per me è il “come una volta” e sono convinto che non si potrebbe esprimere meglio.

Il pranzo procede con gli intermezzi poetici del mio amico cilentano, uomo buono e sensibile, che spesso mi ha declamato le sue poesie durante gli scambi di una partita a tennis e che ora è qui, nel suo regno, dove compone i suoi versi all’alba e non vede l’ora di farli ascoltare alla sua metà. Lo capisco benissimo, anche quest’articolo è stato scritto all’alba e di solito è il destino di tutti i componimenti che si scrivono col cuore.

Già lo immagino andare su e giù nell’attesa che si svegli la sua musa, non per ricevere consensi, ma perché non vede l’ora di esprimerle ciò che porta dentro. Cos’è l’amore? Questo. Riuscire a trasmettere ciò che si prova e ognuno lo fa a modo suo. Lui con i versi, lei con un dipinto o con le lagane.

Il tempo passa, è tempo di andare, ma non prima di essermi fermato un po’ davanti al presepe forgiato dalla “padrona di casa”. Sughero e pastori sono stati acquistati, ma i particolari sono suoi: la massaia che piega il bucato, il cassetto lasciato a metà, il merletto, i dettagli delle botteghe, il piennolo di pomodori. I respiri no, quelli non ci sono, ma il presepe ci abitua proprio a questo: riuscire a sentire quel Respiro che ci è stato donato, restando in silenzio davanti ad una mangiatoia.

Il sole sta tramontando e bisogna andar via, purtroppo. Il cielo assume il colore della Bellezza. Resto qualche secondo ad ammirarlo, convinto, più che mai, che “l’Onnipotente abbia fatto davvero grandi cose”. Spetta solo a noi scoprirle, conservarle e trasformarle in Amore.

Yuri Buono Riproduzione riservata

Le verdure e la carne della minestra maritata

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Non si resta legati alla tradizione perché “era meglio prima”. Si resta legati al passato perché in esso ritroviamo il sapere di chi ci ha preceduto e il sapore di una genuinità che, c’è poco da dire, abbiamo perso.

Ecco perché le verdure per la minestra maritata non si scelgono a caso, o a piacere; non si “arronzano” tanto “vene bbuon’ ‘o stesso”; non se ne mettono di meno e sapete perché? Perché erano quelle che si trovavano, e si trovano ancora, in qualsiasi nostro orto invernale.

Così si tutelano davvero la biodiversità e l’ambiente, vocaboli molto abusati in questi ultimi anni; così si rispetta la stagionalità e si difende anche la salute.

Torzella riccia, borragine, scarolella, bietolina, verza, cicorietta, minestra nera (‘o spigariello).

Sono queste le verdure da sempre utilizzate, perché da sempre coltivate, anche se abbiamo fatto di tutto per riuscire a perdere secoli di storia, dimenticando colpevolmente la torzella riccia, relegandole un posto dietro le quinte.

E come “maritare” queste verdure? Se volessimo mettere insieme la ricetta cinquecentesca di Del Tufo e quella ottocentesca di Cavalcanti, potremmo dire che sono immancabili le seguenti carni e i relativi tagli: mascariello (guanciale), orecchio di maiale, cotiche, tracchie, nnoglia, corazza di manzo e gallina.

Tutto ciò che si allontana da questo, tutto ciò che strizza l’occhio alle mode contemporanee, non solo ci allontana dalla ricetta originale, ma dalla storia dei nostri orti e dalle consuetudini di chi ci ha preceduto. Quegli avi che aspettavano un anno intero per raccogliere e macellare ciò che avevano cresciuto con le attenzioni più nobili, pur di ottenere un prodotto genuino.

Festival della Pastorizia 2022: un carico di genuinità, a Picinisco!

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Il Festival della Pastorizia 2022, per me, ha la genuinità di Elia: dodici anni, di Settefrati. Quando gli chiedo cosa vuole fare da grande, mi risponde «l’agricoltore e il pastore».

Elia munge a mano pecore e capre, cammina per i sentieri con fare esperto e mi confida che vorrebbe un pavone, solo che gliel’hanno promesso come regalo per quando compirà diciotto anni.

«E quindi devi aspettare altri sei anni per averlo?», gli chiedo pensando ai regali di diciotto anni che ricevono i ragazzi di città.
«Eh sì, vabbè passano presto», mi risponde, con quel suo fare quasi da saggio.

Ci cammino per un po’, lungo il sentiero che ci conduce sui passi del pastore, e le sue parole sono vere, genuine. Non si dispera, non si impunta, se gli hanno detto che glielo regaleranno a diciotto anni un motivo ci sarà. Lui per il momento vuole studiare e fare il pastore, vuole andare a scuola e fare il contadino. Il resto non gli interessa.

Ecco. Se dovessi portare a casa una cartolina del Festival della Pastorizia 2022 sceglierei sicuramente gli occhi di Elia. Sguardo pulito, educato e dignitoso. Vuole fare il pastore e gli riesce bene. La mattina, prima di partire con il gregge, l’ho visto mungere. Senza paura, con piglio deciso, si è messo lì e ha mostrato agli altri come si faceva.

Ovviamente, quasi nessuno è riuscito a ricavare una goccia di latte, ma lui, a dodici anni, ha fatto vedere come si cresce bene in ambienti genuini. Si cresce forti, sani e senza paure immotivate.

Dopo il momento della mungitura, ci siamo messi sui passi del pastore, dove insieme a centinaia di pecore e capre siamo partiti da Picinisco (Prati di Mezzo) e siamo arrivati al Monte Cavallo.

Un’intera a giornata per capire quanto sia importante, ancora oggi, il pascolo.

Durante le pause della passeggiata, il prof. Federico Infascelli e le professoresse Raffaella Tudisco e Piera Iommelli ci hanno spiegato le differenze tra il latte di animali tenuti in stalla e quelli che invece sono liberi di pascolare e di “scegliersi” il cibo, a seconda della necessità e delle stagioni.

È così che il latte resta qualcosa di vivo, perché porta con sé tutti i valori nutrizionali di un’alimentazione sana, variegata e libera.

Picinisco è bella! Già dal pomeriggio gli stand cominciano a popolarsi. La sera, poi, la piazza si riempie e diventa un rifiorir di concerti e di balli, perché senza questo spirito profondamente conviviale non ci sarebbe vera pastorizia.

Gli stand gastronomici li faccio davvero tutti; non potrei mai perdermi lo spezzatino del pastore, la cacio e pepe, gli arrosticini, la pecora alla brace e qualche buon vino della denominazione Atina DOC.

Dormo nel B&B di Loreto e l’indomani mattina l’aria è frizzantina e fresca. C’è anche il venticello e la sveglia non mi è data dal gallo, ma dal suono del campanaccio e dal muggito della vacca della vicina campagna.

Lo so, non è un mondo per tutti e per questo è un mondo destinato a salvarsi, proprio perché non sarà “invaso” dalle inutilità della città.
Fare il pastore significa non avere tempo da perdere sui social; avere una stalla e una campagna significa non avere giorni di festa, ma ciò presuppone che si cerca di trasformare in festa anche i giorni più semplici.
No. Non è un mondo per tutti, perché la genuinità ha un costo: eliminare il superfluo. Per farlo bisogna essere in grado di guardare il cielo, riuscire a vedere le stelle – perché non sono coperte da migliaia di luci – e godere di ciò che il cuore ha davvero bisogno.

Il Festival della Pastorizia 2022 ha il sorriso di Loreto Pacitti che si sveglia alle quattro, si dedica agli animali, all’agriturismo e la sera alla caciosteria in piazza, fino a tardi e poi l’indomani è già pronto di nuovo per dare forma non solo al pecorino di Picinisco DOP e al conciato di San Vittore, ma anche ai suoi sogni che sono gli stessi di un ragazzino, solo perché lui è felice di fare il pastore.

Il Festival della Pastorizia 2022 ha la cura del titolare de “La Locanda di Arturo”, osteria Slow Food di Picinisco, che a fine servizio si siede al bar per spiegarmi il suo modo di cuocere la carne e di come concepisce la sua ristorazione “senza fretta”.

Il Festival della Pastorizia 2022 ha la dolcezza della Crema di Berenice che dal 1946 fa un solo gusto di gelato. Sì, ve l’ho detto prima. Bisogna essere pronti a tornare al genuino: un solo gusto. Solo crema. Ottenuta da latte della Valle di Comino, zucchero e uova. Un solo gusto ma un’infinità di piacere, per quel sapore del buono di una volta, ormai dimenticato.

Il Festival della Pastorizia 2022 ha il sapore del latte di Bartolomucci che fino a quando non proverete non potrete mai dire di aver assaggiato veramente il latte. Pieno, gustoso, cremoso, denso, saporito, ricco di sentori.

Quanta bontà c’è in questo mondo…basterebbe solo tornare ad essere liberi per apprezzarla davvero…

Io ringrazio Dio per avermi fatto toccare da vicino il gusto della genuinità e spero di avervelo trasmesso!

Yuri Buono
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Il Castello di Rocca Cilento: una favola da vivere al tramonto

Stasera vi porto a Rocca Cilento, una frazione del comune di Lustra.

63 abitanti e 635 metri di altitudine. Da qui si domina per davvero con lo sguardo tutta l’area che va da Paestum a Capo Palinuro.

Siamo nel Castello di Rocca Cilento, costruito alla fine del nono secolo, per difendersi dalle incursioni saracene e ungare, divenne di proprietà della famiglia dei Sanseverino verso la fine dell’undicesimo secolo e fino al 1552.

Dopo tale data, la proprietà passa per molte mani, fino al completo abbandono e alla spoliazione di oggetti preziosi ed opere d’arte.

Nel 2016 la famiglia Sgueglia, proprietaria anche del castello di Limatola, famoso per i suoi mercatini di Natale, lo acquista e inizia un’imponente opera di risanamento, culminata nell’inaugurazione avvenuta a fine giugno di quest’anno.

Cura degli ambienti, delle sale, del verde circostante la fanno da padrone. Si può godere di un aperitivo al tramonto presso “Il Rivellino Sunsetbar” con i cocktail di Manuel Ferrazzano e la pizza Ammaccata di Cristian Santomauro; si può cenare nelle suggestive sale del castello presso il “Bistrot dei Sanseverino” o finanche prenotare la terrazza della torre più alta, dove poter cenare intorno a unico tavolo e gustare tutte le prelibatezze della dieta mediterranea.

Le foto che vi lascio sono quelle della cena inaugurale sulla torre più alta – in compagnia di buoni amici come Cristian Santomauro e Annacarla Tredici – dalle quali potrete rendervi conto della Bellezza del luogo e di quanto possa essere suggestivo trascorrere una serata qui.
Nel Cilento.
A Rocca Cilento.

63 abitanti a 635 metri sul livello del mare.

Quel mare bellissimo e trasparente…

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Castello di Rocca Cilento

Via Sant’Anna, Rocca Cilento – Lustra (SA)

Tel. 0974.832392

Colle del Cilento: cucina rurale tra le stelle di Ogliastro

Ci sono luoghi che sanno di magia e il “Colle del Cilento – Cucina e Natura” lo è di certo.
Immaginate una serata dalla temperatura mite, su in collina, con un’enorme luna piena e un firmamento luccicante di stelle.

Lo so che state pensando che sia solo poesia e per questo vi scrivo sempre gli indirizzi, così potete andarci e controllare di persona.
Dicevo, immaginate tutta questa bellezza, metteteci pure delle balle di fieno sparse qua e là, piatti semplici e genuini e un po’ di buona musica.
È stato un giovedì, uno di quelli che la struttura organizza con le cantine vitivinicole della zona e a questo giro c’era con me anche Angelo Loia, il cantore del #Cilento.

Non scegliamo nulla (che bella cosa!!!).
Vincenzo ci porta man mano tutto il buono di questa terra: montanarine, frittelle, alici fritte e una delle lonze più buone che abbia mai assaggiato. Mi dice che è di un macellaio di Vallo della Lucania…beh, vuol dire che devo andarlo a trovare presto! 😁

Quanto ai vini, la serata è dedicata all’Azienda Agricola Rossella Cicalese che ha sede a Eboli, ma possiede vigneti di proprietà anche a Perdifumo, da cui ottiene il “Fluminé” che mi ha davvero “fulminè” 😊.
Si tratta di un fiano in purezza, dal sorso pieno, dalla spiccata acidità, dalla piacevole sapidità e che mi colpisce per i suoi sentori di nocciola.

Arriva il momento del dolce e la signora Gerardina “sforna” i due capisaldi della pasticceria cilentana: ‘a “pizza roce” e i cannoli con la crema.
Ebbene, applausi!
Dolci veri, senza infingimenti, quelli che lei mangiava da bambina e che poi ha continuato a preparare.

Dolci che sanno di frittura e tradizione e che ogni assaggio ti riporta a quando si facevano davvero “in casa”. La sfoglia del cannolo è qualcosa di sublime. La frittura non si sente, la consistenza è eterea e la crema è solo quella gialla, la “pasticcera”, di cui oggi si sono perse le tracce.

E sono queste le tracce che dobbiamo seguire, quelle che riportano a un tempo in cui la convivialità era la base di qualsiasi cena.

Sarà che mi ha letto nel pensiero, ma è così che Angelo imbraccia la chitarra e comincia a suonare, trasformando una serata perfetta in un “sogno di una notte di mezza estate”… 😊🎸


COLLE DEL CILENTO
Cucina & Natura

Contrada Difesa – Ogliastro Cilento (SA)
Cell.: 366 5238635

Caseificio “La Teresina”: artigianalità nella Piana di Monte Verna

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Oggi vi porto a visitare la Piana di Monte Verna, una fertile area attraversata dal fiume Volturno e confinante con i comuni di Caiazzo e Castel di Sasso.
Siamo al Caseificio “La Teresina”, in provincia di Caserta, ai piedi dei Monti Trebulani, e – proprio qui – Angelo Santabarbara porta avanti un allevamento di vacca frisona, grazie all’aiuto della sua famiglia, trasformando il latte in ottimi formaggi.
Mi capita spesso di fermarmi nel giardino di casa, perché l’accoglienza è sempre molto familiare, e di degustare le ultime novità casearie in compagnia di Angelo, ragazzo disponibile, gentile e molto responsabile, nonostante la giovane età.
Porta avanti con passione il lavoro iniziato dal papà ed è proprio per realizzare il sogno iniziato da lontano che ci si dedica anima e corpo, insieme al fratello e alla mamma.
Tre cose importanti: usano solo latte prodotto dai propri animali; coltivano direttamente i cereali destinati all’alimentazione delle vacche; hanno costruito un recinto, per migliorare il benessere animale, progettato con un particolare impasto del terreno.

Basterebbe questo per fare una capatina, ma mi sembra giusto raccontarvi quali sono i miei prodotti preferiti.
Di sicuro fiordilatte e ricotta sono da assaggiare, proprio perché, pur trovandoci dinanzi a latte vaccino, noterete un sapore più deciso e una maggiore elasticità. Nota di merito per il caciocavallo invecchiato, chiedetegli quello con la lacrima (ritengo che sia davvero una lacrima di piacere) e poi il gran finale: signore e signori, il “Gerarchico” un caciocavallo affinato sotto la paglia, che gli conferisce un sapore deciso e pungente.
Il vino di solito lo porto io, e pure le sfogliatelle…voi fate lo stesso, può darsi che Angelo trovi un po’ di tempo per sedersi con voi.

Caseificio “La Teresina”

Indirizzo: Via Arciaco, 7 – Piana di Monte Verna (CE)

Telefono: 0823-861743

Aperto tutti i giorni: 8-19

“Il Capitano” di Caggiano: un’oasi di verde e di gusto

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Questa settimana vi porto a Caggiano, il secondo comune per altitudine della provincia di Salerno, dopo Montesano sulla Marcellana. Siamo a 828 metri s.l.m. all’agriturismo “Il Capitano” e la visita si è svolta a giugno scorso. Ve ne accorgerete sia dalla rigogliosità del verde, sia per le ciliegie e le melanzane!

Il racconto del pranzo

Spinto dalla calura estiva cerco riparo in altitudine, ma…fa caldo anche qui e, allora, mi salva la sala ben climatizzata. Non molti tavoli e un menu fisso fanno da cornice a questo luogo immerso nel verde e nella pace.
L’antipasto è ben strutturato, non da urlo, ma con una salsiccia molto buona e con il famoso pasticcio caggianese, una sorta di rustico la cui “mbuttitura” è fatta con uova, formaggio, prosciutto e carne.

Il resto, invece, è pura poesia…in sequenza: un carpaccio di lingua (lo so, non ci pensate, chiudete gli occhi e sentire un qualcosa di sublime, delicatissimo e ben stemperato dai condimenti), la tasca di vitello, la minestra di scarole con polpettine e i cavatelli al sugo fatti in casa, ottenuti da un misto di farine di grani antichi come saragolla e carlentina.

Si passa ai secondi e anche qui attingiamo dall’autoproduzione dell’agriturismo: pollo ruspante e agnello, la cottura è perfetta e il “paesano” si sente, ancor più sull’agnello, per mia somma gioia!

Un’oasi nel verde

Alla fine mi aspetta una bella chiacchierata all’aperto, al fresco degli alberi, con il titolare Giuseppe (che è stato anche sindaco della città) che ha creato un luogo dove potersi concedere una bella passeggiata nel verde, un buon pranzo genuino, un riposo ristoratore all’ombra di un’amaca e una “piccola” scorpacciata di ciliegie direttamente dall’albero.

Mi faccio anche raccontare il perché del nome e tutto deriva dal nonno del suocero, un grande “trappetaro” (frantoiano) che aveva ricevuto il grado di “Capitano” per la sua capacità di molire una gran quantità di olive.

Se poi a ciò ci aggiungete il fatto di essermi trovato con il rientro delle pecore e delle capre dalla giornata di pascolo, direi che posso davvero chiudere in bellezza il racconto di una giornata immersa nel verde…

Agriturismo Il Capitano
Indirizzo: Località Mozzone – Caggiano (SA)
Telefono: 0975.393148

‘U Malazeno: ospitalità e genuinità nella “Turris Clara” cilentana.

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Cento anni, ben cento anni di saccheggi e dominazioni da parte dei Saraceni, tra l’870 e il 970, costrinsero molti degli abitanti della vicina Agropoli a cercare riparo su questa felice collina cilentana – a 350 metri sul livello del mare – segnata dalla presenza di torri di avvistamento che le hanno conferito, tra gli altri, l’appellativo di “Turribus Clara”, cioè “famosa per le sue torri”.
Siamo a Torchiara e fin qui vi ho parlato dell’etimologia della città, ma di quella del luogo che vi racconto?

Una storia di dominazioni e idiomi

Ebbene, anche quella ha a che fare con gli arabi. Il motivo è molto semplice: la costa cilentana ha risentito molto del loro influsso ed è per questo che molti termini dialettali sono simili al siciliano, altra terra dove la presenza musulmana fu molto forte. E fu così che il termine arabo “malaseno” divenne di uso comune nel trapanese, arrivando fin qui e trasformandosi in “Malazeno”, intendendo un magazzino dove conservare i beni o, come intendeva il nonno del nostro protagonista, dove custodire gli attrezzi agricoli.

‘U Malazeno di Nello

Nello Manzi è partito proprio da qui, da questo “malazeno” lasciatogli dal nonno, per dare forma al suo sogno cilentano. Da un anno ha aperto un’azienda agricola – dove produce olio extravergine di oliva e salumi artigianali senza conservanti – un b&b, dotato di tre stanze con colazione genuina servita su una terrazza mozzafiato, e una caffetteria nel centro del paese, gestita insieme alla sua metà Ilenia, dove poter consumare un piacevole aperitivo, riscaldati da un caldo sole che, proprio in quel punto, ha trovato il suo spiraglio perfetto.
Nello cresce i suoi maiali con fichi e amore, senza mangimi industriali, ma utilizzando farinacei naturali e la differenza l’ho notata quando ho avuto modo di assaggiare salsiccia e capocollo.

Il B&B

Il b&b è la meta ideale per chi vuole godersi il Cilento respirando aria fresca anche d’estate, a poca distanza da Agropoli e Santa Maria di Castellabate.
Posizione strategica, panorama unico, il verde della collina circostante, l’azzurro del mare di fronte e la dolcezza delle torte “fatte in casa” dalla mamma e dalla sorella.
Sugli scudi quella ai fichi bianchi del Cilento, così come le crostate di frutta e le soffici ciambelle.


Ancora una volta vi racconto di giovani, di quella nuova generazione che ha voluto investire nella sua terra, che ha avuto il coraggio di restare e di aprire un’attività addirittura durante una pandemia.
E se il Cilento godrà di nuova vita lo si dovrà anche e soprattutto a queste persone coraggiose, alla cui silenziosa laboriosità darò sempre il massimo della risonanza.

Riferimenti:
Azienda Agricola ‘U Malazeno
Indirizzo: Via Pietralena – Torchiara (SA)
Cell: 329.1279243

Yuri Buono
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