La papaccella napoletana: non un semplice peperone!

Papaccelle napoletane

La storpiatura del suo nome è davvero dietro l’angolo: “paparaccella“, “pappacella”, “pupacchiella” e, invece, il suo nome è “papaccella napoletana”. Chiariamolo subito perché per molti anni è stata fraintesa e bistrattata.
Sì, appartiene alla famiglia dei peperoni, ma ha bacche piccole, tondeggianti, leggermente schiacciate e costolute, da mangiare in ogni modo, anche cruda – mordendola appena raccolta – perché non è piccante come spesso erroneamente si crede.
Di una dolcezza unica e saporitissima: ideale per le conserve tradizionali sottaceto, sottolio, oppure sfritte in padella insieme a una gran bella costoletta di suino di razza casertana.
Da luglio fino ai primi freddi, tutti i fruttivendoli vendono quintali di peperoni (purtroppo, anche negli altri mesi, ma non sono di stagione e il sapore non è nemmeno lontanamente assimilabile), ma solo una è la papaccella napoletana.
Quelle veraci sono piccole e raggiungono al massimo i dieci centimetri di diametro. Le bacche hanno colori decisi che variano dal verde intenso al giallo, fino al rosso fuoco o, addiriturra, vinaccia.
Generalmente si seminano a marzo e si raccolgono da luglio fino agli inizi di novembre.
Molti, erroneamente, lo definiscono “chiochiaro”, che altro non sarebbe che il “topepo”, una sorta di papaccella prodotta principalmente in Calabria che però è liscia e piccante, a differenza della nostra papaccella napoletana che è riccia e dolce.
Ed è proprio questo “topepo” che nei decenni passati è diventato il più diffuso sul mercato perché prodotto in larga scala, al punto da essere utilizzato anche nell’insalata di rinforzo, rubando la scena alla nostra papaccella, molto più indicata a preparare quelle conserve che, venendo meno le “nonne”, sono sempre di più diminuite.
Proprio per questo la Regione Campania ha recuperato i semi originari della papaccella riccia che sono stati poi utilizzati dai produttori del Presidio. Sì, perché la papaccella napoletana è diventato un Presidio Slow Food, proprio perché prodotto tradizionale considerato a rischio di estinzione.
Essa veniva coltivata storicamente nella zona di Brusciano, dove non è un caso che uno dei cognomi più diffusi sia proprio “Papaccio”. E proprio da qui parte questa storia bellissima, di un “peperone che non è un peperone”, al punto da dover stilare un severo disciplinare, che ha esteso l’area di produzione all’agro acerrano-nolano, tra le province di Napoli e Caserta.
Ora non vi resta che provarla e non avete scuse, proprio perché se anche i peperoni vi dovessero risultare indigesti (come capita a me), per la papaccella napoletana non sarà così, proprio perché…è un’altra cosa.
Provare per credere!

Yuri Buono
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Movimento Turismo del Vino Campania: rinnovarsi per affrontare le sfide del futuro.

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Aria di novità nel Movimento Turismo del Vino Campania, associazione no profit, che da circa vent’anni promuove il turismo del vino.
Non è certo il momento migliore per il turismo nel nostro Paese, ma l’interesse verso le esperienze enogastronomiche è in forte ascesa e, prima della pandemia, le visite in cantina hanno rappresentato un’importante quota del mercato turistico.
Una volta superato questo difficile momento, il turismo enogastronomico sarà un importante volano economico della regione Campania, offrendo attività all’aperto, coinvolgenti e in sicurezza”. Sono queste le parole che utilizza Maria Paola Sorrentino, Presidente della delegazione campana del Movimento, per introdurre nell’associazione, Alessia Canarino – sommelier, consulente e formatrice in ambito vinicolo – per il rilancio e la pianificazione delle attività delle cantine socie.
Le attività affidate alla consulente irpina sono proprio legate al rilancio del turismo enogastronomico regionale, nello spirito di collaborazione tra le aziende e di promozione collettiva del territorio. “Da molto tempo collaboro con le basi militari americane sul territorio e ho all’attivo svariate consulenze con tour operator nazionali, per visite e degustazioni guidate in cantina“.
Si presenta così Alessia Canarino ed aggiunge che “la conoscenza dei luoghi e delle esigenze dei turisti, che visitano i nostri territori, sono punti chiave fondamentali per coordinare le attività delle cantine socie”.
Bisogna ribadire e tenere bene in mente che la Campania, con i suoi sei milioni di turisti ogni anno, è la regione più visitata del Sud Italia e ha registrato negli ultimi anni un trend in crescita dell’offerta enogastronomica, con un incremento delle strutture che offrono degustazioni, tra il 2015 e il 2018, pari al 48%, oltre ad essere la quinta regione per numero di prenotazioni di Tour Gastronomici e Tour Enologici & Degustazione Vino sul portale TripAdvisor, nel 2018.
A tutela del turismo enogastronomico, nel 1993, nasce il Movimento Turismo del Vino, un’associazione no profit, che riunisce circa 1000 cantine italiane, selezionate innanzitutto per la qualità dell’accoglienza enoturistica. Ai turisti del vino, infatti, il Movimento vuole far conoscere più da vicino sia l’attività e i prodotti delle cantine aderenti, sia offrire un esempio di come si possa fare impresa nel rispetto delle tradizioni, della salvaguardia ambientale e dell’agricoltura di qualità.
Per informazioni più dettagliate circa le attività messe in campo dal MTV, è attiva la casella mail: campania@movimentoturismovino.it
Quando usciremo da questa pandemia, il vino dovrà essere per forza di cose il volano dell’economia campana; all’alcool consumato in tutti questi mesi per sanificarci il corpo, sostituiremo volentieri quello che utilizzeremo per rinfrancare l’anima.

Yuri Buono
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Il mio Diego…

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Era il 29 giugno 1986.
Avevo sette anni, ora quarantuno.
Il tempo trascina con sé i ricordi, ma di quella sera non ho mai dimenticato l’emozione che provai. Ero in vacanza con i miei genitori. L’Argentina giocava contro la Germania per la finale di Coppa del Mondo. Davanti agli occhi ho delle diapositive di quella sera indimenticabile.
Mio padre mi portò in un bar del lungomare che trasmetteva la partita e prendemmo il primo tavolino all’esterno, a due passi dallo schermo. L’Argentina in vantaggio di due gol, si fece recuperare ed io ero triste.
Doveva vincere Maradona, non l’Argentina, ma il mio Diego.
Un’altra diapositiva: i tavolini erano quelli piccoli, bianchi, di ferro, rotondi, con i ripiani formati da tanti cerchi bucherellati. Ricordo che mancava poco alla fine della partita e io abbassai lo sguardo sul tavolino. Qui il ricordo diventa nitido: le mie gambe tremavano, in un movimento continuo che io vedevo dai buchi del tavolino illuminati dalla luce bianca del bar.
L’Argentina, a sette minuti dal novantesimo, segnò il terzo gol, Maradona alzò la coppa e io piansi, come se avesse vinto la persona più cara al mondo, dopo mio padre, con il quale vissi quell’emozione unica. Del tavolino, invece, non so cosa rimase, ma so che ancora oggi, a distanza di tanti anni, ricordo quella partita, più di ogni altra. Vuoi perché all’epoca il campionato non si poteva seguire in diretta televisiva, vuoi perché quella partita la guardai tutta, vuoi tutte queste cose, ma quella sera non la dimentico più: aveva vinto il mio Diego!
È evidente che non vi racconti degli scudetti e delle coppe, perché quelle vittorie sono troppo famose, ma se vi ho raccontato di questa partita è perché lì non aveva vinto il Napoli, ma il mio Diego, quel ragazzino – passato dalla fame alla gloria – aveva vinto il Mondiale, così come aveva profetizzato in un’intervista quand’era ancora una “cebollita”.

Il mio Diego è tutto racchiuso nei ricordi d’infanzia, nella “fortuna” di aver potuto esultare ai suoi gol e nel riscatto che ha regalato a un popolo. Chi non ha vissuto queste emozioni non può capire il sentimento di tristezza che in questi giorni sta provando la sua gente.
Per me Diego valeva almeno cento figurine. Sì, i ritrattielli napoletani (che, a volte, per lambdacismo diventavano litrattrielli). E anche su questi riaffiora la memoria: ricordo che ogni bustina di figurine costava duecento lire, perché con la mille lire dei miei nonni ne compravo cinque. E ricordo ancora che, quando finita la scuola tornavo a casa, andavo subito a controllare sotto al cuscino, sotto al piatto pronto in tavola o in altri posti dove mio padre era solito nasconderle per farmi delle sorprese e far sì che le trovassi dopo una specie di caccia al tesoro, che in realtà era la caccia a Diego.
Sì, perché trovarlo equivaleva a conservarne alcune per ricordo, altre a scambiarle con decine e decine di altre figurine.

Il mio Diego lo conservo così, nei miei ricordi più belli e preziosi di una fanciullezza azzurra, che da martedì scorso si è chiusa per sempre. Lo spiega bene Alberto Angela«Napoli è una città di origine greca, anche il modo di vivere è greco. Napoli ha accolto Maradona come se fosse una divinità greca; ha messo un posto in più nel Pantheon e ritengo che in ogni gol che lui ha fatto quando era a Napoli ci sono tutti i napoletani».

Io non lo so se nei suoi gol ci stavano proprio tutti i napoletani, ma di sicuro ci stavano quelli che oggi piangono la morte di un uomo tanto grande ma, allo stesso tempo, tanto fragile; un uomo, però, che al pari di molti miti discutibili” non si è mai vantato delle sue debolezze, anzi… «Emir, sai che giocatore sarei stato se non avessi tirato cocaina? Che giocatore ci siamo persi!  Mi resta l’amaro in bocca, sarei potuto essere molto di più di quello che sono. Te lo posso assicurare. Ci sono un sacco di cose di cui oggi mi sento in colpa. Io sono la mia colpa e non posso rimediare».

È questo il mio Diego!

Yuri Buono
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Mimì se n’è andato. E adesso chi mi racconterà i “fattarielli”?

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Si sono svolti stamattina i funerali di Mimì Elefante, papà del mio amico Enrico con il quale avevamo iniziato a “ve cunta’ ‘a terra nosta” attraverso la storia dei piccoli paesi campani.
Poi il Covid e con esso l’impossibilità di intrattenervi con le serate e la vita di tutti noi cambiata o, addirittura, come nel caso di Mimì, persa.

Purtroppo, le sue condizioni si sono aggravate giorno dopo giorno e, alla fine, non ce l’ha fatta a superare la crisi respiratoria che questo maledetto virus comporta. Ma questo, purtroppo, lo sappiamo e non voglio dilungarmi nemmeno un rigo di più. Ci tengo, invece, a lasciare un mio personale ricordo di un uomo buono, affabile, sempre sorridente, appassionato di mille cose e generoso.

Pensionato comunale da poco tempo, è andato via all’età di 69 anni, lasciando tre figli, la moglie, quattro nipotini e quel classico vuoto tipico di quando va via una persona che non avresti mai voluto lasciare durante una chiacchierata.
Ci vedemmo l’ultima volta a settembre e nell’occasione mi diede un po’ di miele di melata, perché sapeva fare pure l’apicoltore, e ci demmo appuntamento a un mesetto per la stagione delle melagrane, ma il fato non ha voluto che ci rivedessimo.

Ricordo quando andai un giorno a casa sua e, mentre aspettavo Enrico che tornasse dai suoi viaggi per l’universo, mi fermai ad osservare come preparava le spremute di melagrane per la famiglia e le conservava in freezer. Pochi attrezzi rudimentali, ma tanta inventiva e io rimasi sorpreso per come si fosse “industriato”: uno schiacciapatate per spremere i chicchi d’ ‘o granato (come lo chiamava lui) così le pellicine bianche restavano all’interno, un setaccio per passare la farina, ma che in questo caso serviva a filtrare meglio e un secchiello per conservarne il succo.

Ricordo quando mi parlava di miele e di propoli, delle loro proprietà terapeutiche e mi faceva anche la dimostrazione pratica su come usarli al meglio. E poi…“fattarielli” raccontati davanti al camino, che una volta l’anno accendevo insieme a Enrico, sulle api, sulla campagna, sulle cose antiche; di qualsiasi cosa si parlasse lui aveva un collegamento, una storia e, lo ripeto, un sorriso.

Mimì era una persona semplice e perciò mi ha colpito molto la scelta del Sindaco di Santa Maria La Carità, Giosuè D’Amora, di dichiarare il lutto cittadino. Sono felice che lo abbia fatto proprio perché l’ho vista come una forma di grande rispetto nei confronti di un uomo che, seppur non occupando nessuna carica pubblica o istituzionale, era voluto bene dall’intera comunità sammaritana.

Sì, Mimì era un uomo semplice e perciò ci trascorrevo piacevolmente il tempo a parlare e dichiarando il lutto cittadino si è voluto dare valore e rispetto alla sua semplicità e alla sua umiltà, quasi come se fosse un monito per far capire che sono solo queste le cose che contano e che restano.
Mimì non faceva cose straordinarie, ma era la sua ordinarietà ad essere straordinaria, fatta di bontà e sorrisi, quegli stessi sorrisi che da domani mancheranno alla sua famiglia, alla sua comunità e un poco pure a me.
Ti saluto come chiudevi sempre tu una telefonata, proprio come se avessi l’impegno di lasciare sempre l’altro con un sorriso.

Ciao Mimì!
Passo e chiudo!

Yuri Buono
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Alfonso Todisco e “Il Prodigio” della musica

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Conosco Alfonso, ormai, da un po’ di anni. Da quando vidi esibirlo per la prima volta e ricordo ancora il suo piglio umile – ma al contempo sicuro – la sua concentrazione e il suo talento.
Ora, immaginate tutte queste doti su un ragazzo appena maggiorenne, impreziosite da un elevatissimo tasso di buona educazione: capii subito che di quel ragazzo ne avrei sentito parlare in futuro.
E non mi sbagliai!
Da allora, Alfonso – o, meglio, il maestro Todisco – non si è mai fermato, diventando Direttore d’Orchestra e responsabile di un’Accademia Musicale.
Ha conseguito la laurea in Pianoforte presso il Conservatorio Martucci di Salerno con 110 e lode e quella di Direzione d’Orchestra riscuotendo, oltre al 110 e lode, anche la menzione d’onore.

Oggi lo rincontro – al raggiungimento del ventiseiesimo anno di età – e sono fiero e felice che un ragazzo, cresciuto tra Scafati e Pompei, presenti il nuovo disco dell’Artemus Ensemble intitolato “Il Prodigio”.

Si tratta di un album dedicato al compositore tedesco Felix Mendelssohn (1809 – 1847), incentrato su tre delle dodici sinfonie per archi: la sinfonia n. 3 in Mi minore, la n. 10 in Si minore e la n. 12 in Sol minore; opere che Mendelssohn compose tra i 12 e i 14 anni e nello specifico tra il 1821 e il 1823.
Pensate che genio!
Le sinfonie sono dei veri e propri “affreschi musicali”, proiettati con decisione verso il periodo romantico, ma con un chiaro sguardo alla tradizione classica e contrappuntistica.

Il disco è stato prodotto dalla Satyr MB production di Nello Petrucci, in collaborazione con la Contemply Art Investiment di Gianni Boccia.
La cover del disco è stata realizzata dall’artista Nello Petrucci.

Ad oggi, l’Artemus Ensemble di Pompei – fondata l’11 Novembre del 2017 da due giovani musicisti: Alfonso Todisco e Francesco D’Aprea – si è esibita in varie tipologie di formazioni orchestrali, ma si è specializzata nel repertorio cameristico per orchestra d’archi.
Il progetto dell’Artemus, nel quale sono coinvolti alcuni dei più talentuosi strumentisti ad arco della Campania, vanta una rete di collaborazioni con scuole pubbliche e private, circa sessanta concerti in meno di tre anni, tre stagioni concertistiche e due dischi.

Spesso si dice: “la passione può tutto”. Ebbene, io credo che nel caso di Alfonso le competenze acquisite abbiano trovato un terreno fertile sul quale far germogliare arte viva.
Ho avuto il piacere di vederlo “all’opera” e posso riconfermare ciò che pensai la prima volta: è un innamorato della musica!

Yuri Buono
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Un giardino a Giungano

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“Peter, ma se io dovessi definirti,come dovrei presentarti ai miei lettori?”.
Mi guarda con il suo occhio vispo ed esclama: “Un curioso!”.

E a pensarci bene non c’è un altro aggettivo che potrebbe definirlo meglio. Peter è così! Scrittore, guida, archeologo, studioso di scienze naturali, ma soprattutto un gran curioso. Lo conobbi qualche anno fa: era venuto a recensire il mio locale per la sua guida in tedesco sul Golfo di Napoli e il Cilento. Rimasi affascinato dalla sua infinita cultura e dal fatto che per più di quattro mesi l’anno si trasferisce da Monaco a Giungano dove conduce gruppi di turisti tedeschi in giro per tutto il Meridione.

Qui, insieme alla sua metà, Gundula, ha creato una piccola oasi di pace e di macchia mediterranea e guardando su Instagram le foto di questo posto stupendo gli ho chiesto di fargli visita per raccontare una storia unica come la loro.

Tutto ha inizio nel 2008 quando giunto nel Cilento per la sua prima guida, si innamora di questi posti e decide di “trovare casa” o meglio di “cercare un luogo” dove poter trasferire la loro idea di giardino. E fu così che, scrutando dai sentieri di montagna, videro questo luogo immerso nel verde e lontano da altre abitazioni. Era un vecchio casolare abbandonato che loro hanno ristrutturato restituendogli forma e dignità.

“Abbiamo liberato tutto noi, non si poteva nemmeno accedere. Avevamo cercato anche tramite agenzie immobiliari, ma loro vendevano case, non vendevano luoghi. La trattativa è stata lunga, ma dopo tre anni siamo riusciti finalmente a coronare questo sogno. Quando siamo entrati per la prima volta” – racconta Peter – “i muri erano tutti anneriti dal fumo del camino e man mano, pulendo, abbiamo ritrovato questi disegni sulle pareti.
Zia Chichina, l’antica proprietaria del casolare, era innamorata di un bel ragazzo, ma l’amore era osteggiato dal padre. Questo ragazzo è partito in guerra e non è mai più tornato. Lei ha trascorso la sua vita in questo casolare, dove nessuno poteva entrare. Si era chiusa qui, insieme al suo dolore e da questa finestra guardava il mare, in attesa del ritorno del suo amato. Molto probabilmente uno di questi disegni potrebbe rappresentare lo sbarco degli Alleati, perché è visibile una grande nave battente bandiera e altre imbarcazioni più piccole intorno. Sulla parte opposta della parete, invece, un altarino dell’epoca, disegnato e colorato con l’azzurro, a richiamare il colore mariano”.

Resto incantato non solo dal luogo, ma anche dal racconto di zia Chichina e nel frattempo mi dirigo sul terrazzo per vedere il mare e capire quanto possa essere lontana da qui la spiaggia di Agropoli. Mi affaccio e vengo rapito dalla ricca vegetazione e da una strana pianta, molto rigogliosa e verde. Chiedo a Peter di cosa si tratta. Ebbene è un pistacchio. Non l’avrei mai detto e lui mi spiega che “esistono tre specie di pistacchio: il primo Pistacia Vera, quello che mangiamo spesso, originario della Persia e che nel Medioevo è stato anche impiantato in Sicilia dagli Arabi; il secondo è il Pistacia Terebinto, da cui si ottiene una specie di latte utilizzato per lucidare legno pregiato; il terzo, invece, viene denominato Pistacio Lentiscus o Mastice, proprio perché da esso si ottiene una sostanza più appiccicosa utilizzata per attaccare le barbe finte. Nell’antichità, invece, veniva utilizzato per chiudere le ferite, oppure, se masticato rinforzava le gengive”.

Resto di sasso e gli chiedo come faccia a sapere tutte queste differenze su una sola pianta. Mi risponde che tutto deve partire dallo studio del paesaggio circostante, perché è ciò che ci è stato lasciato dai nostri antenati e che ha formato quest’Europa.
“Se guardo il dato totale sull’abbandono delle terre lo so che è deprimente, ma mi rincuoro guardando il dettaglio. Questa è la mia idea di turismo: uscire da casa propria con gli occhi aperti”.

Peter dopo un’infanzia in Romania e una fanciullezza in Germania, inizia il lavoro di guida turistica nel 1993, realizzando viaggi culturali in Sicilia, Campania, Molise, Basilicata e Puglia. Sono gli anni in cui si appassiona enormemente al Sud Italia, fino a scoprire le bellezze del Cilento. Ne resta incantato e per questo il “leitmotiv” di tutte le guide che ha scritto sul Sud Italia, è stato sempre quello di far innamorare di questi posti prima di tutto le persone del luogo e poi quello di creare una rete tra produttori, al fine di far comprendere al turista che i motivi per tornare al Sud sono infiniti.

La mattinata scorre veloce e ci ritroviamo a tavola, dove, quasi per magia, Gundula, che in Germania è insegnante in due università di musica barocca, ci rinfranca con dei manicaretti buonissimi.
“Qui a Giungano abbiamo trovato il nostro rifugio” mi racconta mentre apprezziamo il pane di grani antichi del panificio di Trentinara “Cilento e Tradizione”; i formaggi di capra della “Fattoria Cavallo” di Capaccio (un luogo ameno, gestito da giovani che hanno deciso di non perdere l’eredità del nonno, ma di continuare a vivere a contatto con la natura) accompagnati da una confettura di fichi e semi di senape schiacciati e una marmellata di limoni, tutte fatte da lei. Gundula stupisce ancora con un limone tagliato a metà, svuotato e utilizzato per ospitare un bocconcino di bufala di Polito e un pomodoro, il tutto infornato per pochi minuti e accompagnato dalla sapidità e dalla territorialità del Fiano di Luigi Maffini.

Se è un sogno non mi svegliate!

Un terrazzo immerso nella pace e nel silenzio di Giungano, il mare di fronte a me e l’enogastronomia cilentana a suggellare questo incontro.
Il pasto che era stato presentato come “frugale”, ma che di questa frugalità ne godrei per tutta la vita, continua con un altro Fiano che Peter vuole farmi assaggiare, quello di Cantina Rizzo di Felitto. Dorato carico, un vino che non si beve, ma si mastica, che si discosta dai canoni del “dover piacere” e racconta l’altro Cilento, quello impervio, nascosto e nerboruto.

Finiamo di chiacchierare serenamente e scendiamo in giardino. Finalmente posso vedere da vicino tutta la bellezza ammirata in foto.
“La nostra idea di giardino ha bisogno delle montagne che abbiamo intorno, perché cerchiamo di ricostruire qui, ciò che vediamo intorno a noi. L’uomo non è più l’orso che si trova la tana, ma abbellisce ciò che lo circonda. L’uomo, per natura, è uno che crea e la sua creatività può essere in sintonia con il paesaggio circostante o meno, ma se accetti la regola, questa ti dà libertà. Il nostro tentativo è di lavorare con la natura, non contro di essa!”.
Passeggiamo nel giardino mediterraneo, tra piante di pistacchio, di mirto, di rosmarino, di elicriso e di tante altre piante che non necessitano di abbondante acqua, sia perché loro sono qui pochi mesi all’anno, sia per lasciare intatto il contesto. Si limitano a potarle, così come fanno le capre in natura e allora si fidano, perché vuol dire che funziona.

D’un tratto mi ritrovo in un piccolo boschetto, circondato da alberi di leccio, ma disposti in maniera circolare e razionale e non alla rinfusa e Peter mi spiega che lì ha voluto ricreare un luogo che in tedesco si traduce con “hain”, un boschetto, un luogo considerato sacro anche nell’antica Grecia, così come ci sono testimonianze a Paestum. Erano altarini, circondati da alberi. E tutto ritorna, perché questo giardino, Peter e Gundula, hanno voluto chiamarlo “il giardino di Hera”. E, infatti, alla foce del Sele hanno ritrovato i resti di un Santuario poco lontano dalla città di Paestum dedicato a Hera, moglie di Zeus, protettrice del matrimonio, ma principalmente della vita vegetale.

Qualche altro passo e mi imbatto in una pianta ormai secca e chiedo il motivo a Peter: “Non è secca. È l’asfodelo. Sta vivendo sotto terra adesso”. Mi sembra di non capire e incalzo Peter che sfoggia il meglio di sé in quest’ultimo racconto che davvero mi emoziona: “Il mito è una forma poetica per raccontare anche il perché di una pianta. Omero utilizzò l’asfodelo per descrivere l’aldilà, ma per capire al meglio questa pianta devo raccontarti del ratto di Persefone, figlia di Demetra, la quale aveva il compito di dare fertilità alla terra. Ade, il dio degli inferi, la rapisce. Passano due anni e Demetra, alla ricerca di sua figlia, non bada più alla fertilità della terra. La terra soffre e ad un tratto inizia a gridare talmente forte da infastidire Zeus, il dio dell’Olimpo. A questo punto Zeus libera Persefone, la quale nel frattempo non solo era diventata la moglie di Ade, ma aveva anche mangiato una melagrana. Essa, in Europa, è simbolo di fertilità, ma nel pensiero greco una cosa ha sempre il suo risvolto e quindi era simbolo di vita, ma anche di morte. Ed è proprio per questo che si raggiunge un compromesso che ti aiuta a capire l’asfodelo e una buona parte della vegetazione mediterranea: nei sei mesi dell’anno (autunno e inverno) che passava nel regno dei morti, Persefone svolgeva la stessa funzione del suo consorte Ade, cioè governava sull’aldilà; negli altri sei mesi (primavera ed estate) Persefone ritornava sulla Terra da sua madre Demetra, facendo rifiorire la terra al suo passaggio. Ecco, la vita adesso sta nella terra, solo che noi non la vediamo. Lì trattiene tutte le sue energie per l’inverno. La vita è ciclica e questo mito ce lo insegna.
Ecco perché questi miti possono funzionare bene qui, nel Mediterraneo perché vengono capiti con l’esperienza concreta. In Germania non funzionerebbero, perché è troppo freddo d’inverno e non abbastanza caldo d’estate”.

Guardo Peter con occhi pieni di ammirazione, gli stessi occhi che, sono sicuro, in questo momento avete anche voi per il lavoro e il sapere di quest’uomo.
Li saluto con la consapevolezza che oggi, per il mondo, ho perso tempo, ma in realtà, sono ricco, molto più ricco di quando sono partito.

Grazie Peter! Grazie Gundula!

Come ripartì la vita dopo l’eruzione del 79 d.C

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eruzione-vesuvio

In questi giorni di Coronavirus la domanda su come e quando ripartiremo sembra ancora senza risposta.
Questa vuole essere una testimonianza di chi è riuscito, dopo un disastro immane, a ripartire con grinta e fiducia. Certo, qui il nemico non si vede, non sai dove si nasconde, ma è allo stato d’animo che dobbiamo guardare.

Dopo l’eruzione del 79 d.C. il panorama vesuviano da rigoglioso e fiorente si trasformò in un paesaggio lunare.
Migliaia di sopravvissuti rimasero senza nulla.
L’eruzione durò diverse ore.
Plinio il Giovane, di stanza a Miseno, racconta che l’eruzione iniziò tra le dieci e le undici di mattina con un’esplosione così violenta da staccare il fondo del cratere, che fu espulso come un tappo di champagne.
L’archeologa Ersilia D’Ambrosio attesta: <<l’eruzione è ben conosciuta, ma ciò di cui si sa poco è legato allo sforzo di ricostruzione in tempi record, combattendo la piaga degli sciacalli, esistenti già allora. Bisogna raccontare come un’intera regione sia tornata rapidamente alla vita, rilanciando la produzione del vino vesuviano, motore dell’economia dell’impero>>.
Massimo Osanna, direttore del Parco Archeologico di Pompei afferma: <<per Tito Flavio Cesare Vespasiano Augusto, salito al trono pochi mesi prima della catastrofe, fu una vera e propria prova di forza. Istituisce una commissione denominata “Restituendae Campaniae” che con un sopralluogo accerta che le città sono completamente sepolte>>.
Tito affronta, così, una grande sfida.
Suo padre, Vespasiano, godeva di un grande consenso popolare, a differenza del figlio descritto come crudele, capriccioso e immaturo.
Pompei divenne per Tito un banco di prova.


Per questo parte alla volta di Pompei; raggiunge i componenti della commissione, porta conforto ai sopravvissuti, segue personalmente l’evolversi della interventi e mette a disposizione la cassa personale dell’imperatore per garantire un’assistenza rapida.
È la più grande donazione privata nella lunga storia dell’impero Romano.
La Regione viene aiutata in modo da non restare indietro rispetto al resto dell’Impero.
Per Tito la priorità assoluta è la ricostruzione delle infrastrutture, visto che il suolo si è alzato e la linea di costa si è spostata di due chilometri.
Per facilitare i soccorsi si parte dalla ricostruzione delle strade creando cantieri comunicanti in modo da velocizzare i lavori.

Strade
Essendo una zona agricola e volendo far ripartire la produzione si poneva il problema di capire a chi appartenessero i terreni. I confini erano scomparsi. A Pompei c’erano sei metri di ceneri e lapilli e ad Ercolano venti metri di detriti vulcanici fangosi.
Tito procede, pertanto, alla riassegnazione delle terre.
Dal famoso affresco di Bacco e il Vesuvio emerge chiaramente che la produzione principale dell’area Vesuviana fosse quella del vino.

Bacco
Il Vesuvio era ricoperto per due terzi da vigneti, dai quali si ottenevano ettolitri di vino spediti in Gallia, Spagna, Grecia, Gran Bretagna e persino in Nord Africa e in India.
Gli antichi romani bevevano molto, in media 260 litri a persona l’anno, dalla colazione alla cena; doverne fare a meno avrebbe creato ansia sociale e perdite economiche; per questo Tito si prodiga per riportare in breve tempo in auge la produzione vitivinicola.
Villa dei Misteri conserva una parte produttiva dove gli archeologi hanno ritrovato un grande torchio e una vasca dove scorreva vino; qui le pareti erano rivestite di un materiale impermeabile e dopo la pigiatura il vino maturava nei tipici grandi tini di terracotta chiamati “dolia”, che venivano interrati per evitare sbalzi di temperatura, offrendo le condizioni ideali per la maturazione del vino.

Dolia
Il terreno era fertile per la sua origine vulcanica e il fiume Sarno irrigava la pianura intorno a Pompei. I Romani bevevano un vino completamente diverso da quello che beviamo oggi. Nella regione si produceva talmente tanto vino che, dopo l’eruzione, Roma e gran parte delle province dell’impero restarono a secco.
L’economia dell’impero crollò nell’arco di un giorno e di una notte.
Tito come avrebbe potuto far ripartire la produzione del vino in così poco tempo? La risposta è a pochi chilometri da Pompei. La maggior parte delle regioni a nord del vulcano erano state risparmiate; qui la vita e le attività produttive potevano ricominciare.
Ed è proprio a nord del Vesuvio, a Somma Vesuviana, che è stata ritrovata una villa augustea, molto simile a Villa dei Misteri, dove si producevano 100.000 litri di vino l’anno.
Fu da quest’area e dal vino che ripartì l’economia dell’Impero, unitamente alla produzione di cereali, frutta e olio.
Quello stesso vulcano che ha distrutto la vita l’ha anche restituita, rendendo fertilissimi i terreni.
Quello stesso vulcano killer e benefattore trovò in Tito un alleato laborioso che in poco tempo seppe far ripartire l’intera area vesuviana.
Gran parte di ciò di cui godiamo oggi è merito di questa grande opera di Protezione Civile in toga e sandali…

(Sunto tratto dal documentario “Pompei: dopo il disastro” di Sabine Biet, con aggiunte del redattore)

Yuri Buono
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Maradona: l’acquisto più folle della storia…all’ultimo secondo!

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Erano trascorsi 123 anni, 4 mesi e 22 giorni dall’ultimo Re: Francesco II di Borbone, Re Delle Due Sicilie. Dopo di lui, nessuno, nella città di Napoli, fu riconosciuto come tale; nè i sovrani post unitari che si succedettero, nè la Repubblica, mai amata per davvero nella città più monarchica d’Italia.

Eppure, un nuovo Sovrano, dopo tutti questi anni, occupò quel vuoto:
DIEGO ARMANDO MARADONA.

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Nel 1980 va al Boca Junior per 6 miliardi (l’acquisto più costoso di sempre nella storia del calcio argentino). Poi passa al Barcellona per 14 miliardi .Nel 1984 Maradona ha 24 anni.
Maradona è il nome dei sogni e non può cambiare nel campionato più bello del mondo.

La trattativa nasce nello studio di Pierpaolo Marino che nel frattempo sta organizzando un’amichevole contro il Barcellona per festeggiare la salvezza dell’Avellino in serie A: <<Il mio intermediario spagnolo mi informò del fatto che Maradona volesse venire in Italia.
Telefonai a Boniperti il quale disse che Maradona era un giocatore fantastico, ma che per alcuni suoi comportamenti fuori dal campo non sarebbe stato da Juve.  Mi consigliò di proporlo al Napoli, sia per bacino di utenza che per la passione della gente>>.
Maradona è ufficialmente sul mercato. Era stato già avvicinato al Napoli sei anni prima, dall’allenatore Gianni Di Marzio, che lo vide a Buenos Aires, e volle fargli un provino, ma le frontiere per i calciatori stranieri erano ancora chiuse.

Ci vollero 44 giorni prima che l’ultimo Re potesse entrare in terra partenopea.

Nel 1984 chiude la Cassa del Mezzogiorno e non è più l’epoca dell’Italsider.
I soldi li amministra la politica e in particolare la Democrazia Cristiana napoletana con tre ministri potenti, Pomicino, Gava e Scotti. Quest’ultimo, da sindaco, sta per diventare importante nella trattativa, perché vede in Maradona l’uomo che avrebbe potuto risollevare l’animo dei napoletani post terremoto.
I lavori del Centro Direzionale vanno avanti, in un progetto urbanistico che ingloba milioni di tonnellate di cemento, ferro e vetro e che dall’alto rende evidente il pugno nell’occhio, ancora oggi visibile, se rapportato ai murales di Maradona che giganteggiano nei vicoli di una storia millenaria.

La trattativa parte il 22 maggio con Cysterpiller (il procuratore di Diego) che contatta Antonio Iuliano, bandiera di Napoli con 16 anni di maglia sulle spalle e 394 gare disputate.
La società del Napoli è amministrata da Corrado Ferlaino dal 1969. Di lui così ne parla Pierpaolo Marino: <<L’ingegnere aveva una malattia per il Napoli. Era un presidente tifoso. A un certo punto volle vincere ed ebbe il coraggio di spendere, altrimenti l’idea nata ad Avellino sarebbe morta lì>>.
Il 25 maggio il Consiglio direttivo del Barcellona vota la cessione di Maradona con 15 voti favorevoli contro 4 contrari.
Il 27 maggio Maradona sembra che stia già a Napoli, ma tra la fine di maggio e l’inizio di giugno la Giunta Esecutiva del Barcellona boccia il passaggio.
Il 9 giugno Maradona dichiara di volere il Napoli; si fa fotografare con una maglia azzurra inviatagli dal Guerino Sportivo, che diventerà poi la copertina di quella settimana con la scritta “Voglio Napoli”.

Il Barcellona allora chiede garanzie economiche.
La legge vieta trasferimenti di denaro all’estero in assenza di un contratto.
Il primo miliardo arriva dal Banco di Roma che ha uno sportello in Catalogna.
I successivi 5 miliardi dei 13 e mezzo totali richiesti vengono messi a disposizione dalla Banca della Provincia.
Manca la parte più importante: gli oltre sette miliardi che può sborsare solo il Banco di Napoli. A guidarlo, in quell’epoca, è il prima direttore e poi presidente dell’Istituto, Ferdinando Ventriglia. Il Sindaco Scotti chiama Ventriglia e lo convince. Il Napoli è pronto, ma il Vicepresidente del Barcellona, Gaspart, si erge a paladino del no.
Maradona sfuma ancora, tifosi in rivolta e Diego che definisce dittatori i dirigenti del club catalano.
Su queste parole di Diego, il 22 giugno il Napoli invia i 5 miliardi.
Il 26 giugno, con un telex, il Banco di Napoli si impegna a pagare due milioni di dollari al 30 settembre 1985 e due milioni e centottantamila dollari al 30 settembre 1986, a patto che il contratto venga firmato entro il 27 giugno 1984.
Il Napoli vuole mettere il Barcellona alle corde perché la trattativa deve concludersi tassativamente entro il 30 giugno, data di chiusura del mercato straniero.
Il tempo stringe.
Il 29 giugno Antonio Iuliano litiga con Gaspart, il Vicepresidente del Barcellona; all’incontro arriva anche un Maradona inferocito perché il suo presidente ha aggiunto un altro miliardo alla richiesta iniziale, portandola così a 15 miliardi. Inaccettabile!
Ferlaino vola a Milano per depositare in Lega il telex ricevuto dagli spagnoli che conferma la trattativa. Non è un contratto, ma è l’unico documento con il quale poter presentare un ricorso alla Uefa.
L’ingegnere lascia Milano e vola a Barcellona per la firma del contratto.
Maradona va sotto casa di Nunez, il presidente del Barcellona, gridando che vuole andare via e che non può più trattenerlo.
Il teatro è servito. Che si alzi il sipario.
Nunez convoca Ferlaino allo chalet di Sant Andreu del Llavanares, sulla Costa Brava.
È lì che Maradona diventa un calciatore del Napoli.
Il 30 giugno 1984 la favola è iniziata.
Ferlaino vola di nuovo a Milano. Da questo momento gli orologi si fermano. In Lega c’è solo la guardia notturna alla quale chiede il piacere di riavere il plico che aveva consegnato, perché c’era stato un errore, così da sostituire la busta contenente solo il telex del Barcellona (un fax ante litteram) con il contratto vero e proprio.
Una mandrakata!
Maradona riceverà 800.000 mila dollari all’anno per quattro stagioni, villa con vista sul golfo, due auto, dieci biglietti aerei e due viaggi all’anno in Argentina, il 50 per cento dei proventi dalla pubblicità con il Napoli e l’80 per cento quando è in abiti civili.
Napoli è pronta ad accogliere il suo Re.
Arriva nel campionato più bello del mondo, il giocatore più forte del mondo.
Ciò avviene il 4 luglio, ma appena arrivato va direttamente a Capri, al Ristorante “La Capannina”. Rientra in città a notte fonda insieme alla fidanzata Claudia e va a dormire in una suite dell’Hotel Vesuvio.
La mattina del 5 luglio alle 7e30 è già nella clinica di Via Manzoni per la visita dal dottor Acampora e con loro c’è l’argentino José Alberti, allenatore e amico di Bruno Pesaola, in veste di interprete su incarico del Napoli.
Si reca poi, in visita privata, al San Paolo di Fuorigrotta; poi a pranzo va a Pozzuoli, sempre scortato dalla polizia e si reca al ristorante “La Ninfea”.
Alle 17 la sua prima conferenza stampa con Carlo Iuliano, storico addetto stampa del Napoli e Corrado Ferlaino. Un giornalista francese Alain Chaillot, pone una domanda avanzando l’ipotesi che i soldi dell’acquisto di Diego siano arrivati dalla camorra.
Ferlaino non ci sta. Si alza in piedi e con voce tremante, ma decisa, sbatte fuori il giornalista francese.
<<Io mi ero dissanguato. Lo cacciai via. Per il solito fatto di Napoli che qualunque cosa di buono si fa qui dicono che è finanziata dalla camorra o ci sta la camorra dietro. Cosa che non era vera, perché la camorra non c’entrava proprio niente>>.
Alle 18e30 di quel 5 luglio 1984, orario e data da consegnare i posteri, Diego entra nel San Paolo e palleggia a centrocampo.

Con lui arriveranno 2 scudetti, una Supercoppa Italiana, una coppa UEFA e disputerà 259 partite, segnando 115 gol.
Il Re ha finalmente trovato il suo Regno.
Un Re bizzarro, che quando una volta Ferlaino parlò alla squadra – perché gli era arrivato all’orecchio che alcuni calciatori si erano concessi delle uscite serali – ebbe a dire: <<Presidente se non ti sta bene la mia vita privata io me ne vado>> e Ferlaino rispose: <<No, no, ma io ce l’ho con Careca e Alemao>>, che erano usciti per la prima volta dopo sei mesi, per andare a cena tra l’altro.
Carmando, il mitico massaggiatore del Napoli, così lo ricorda: <<Diego per me non si può dimenticare perché aveva un cuore grande, grande, grande. Un Natale mi chiese di fare una lista dei giocatori per fare i regali a tutti, mogli e figli compresi. Andava spesso a Pompei per portare i più bei regali ai bambini che non avevano famiglia.
Maradona era in grado di fare gruppo e abbiamo vinto solo perché con lui si era creata una famiglia>>.

Carmando
Ma cos’ha fatto Diego per Napoli?
Ha sconfitto decenni di subalternità, ha risposto con i gol e lo sberleffo ai soldi degli industriali del nord, al potere sportivo di Roma, di Milano e di Torino, è andato a vincere su ogni campo.
Anche quando ai Mondiali del ’90 ci fu da scegliere tra Italia e Argentina, a Napoli si scelse la seconda perché fu un riscatto che milioni di napoletani aspettavano da chissà quanto, forse proprio dai tempi del Borbone.
Ora era tornato il Re. Un Re che sapeva comandare.
Giocò un’amichevole ad Acerra, nonostante il divieto della società, su un campetto di terreno e fango ai limiti del praticabile. Lui lo aveva promesso alla gente. Caricò i compagni, pagò tutti e si giocò tra gioia e sorrisi.
Svolse anche lì il ruolo di Sovrano del popolo, ma un Sovrano diverso dal solito. Un Sovrano che non regalava brioches, ma classe infinita.

 

(Sunto del programma “Ho visto Maradona” di Matteo Marani, con aggiunte del redattore)

Yuri Buono
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Campania100: la ribalta dei vitigni autoctoni

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Quante volte abbiamo sentito dire che la nostra Regione possiede ricchezze uniche non valorizzate? Tante, troppe! Bene, se anche questa fosse solo una goccia (di vino) in un tino, vale la pena di crederci e di supportare questa importante iniziativa messa in atto dalla delegazione campana dell’Associazione Italiana Sommelier.
Si chiama Campania100 e si tratta di un progetto nuovo, che porterà cento vini campani in giro per l’Italia e non solo: etichette che hanno segnato la storia, annate imperdibili, storie di territori eccezionali e declinazioni diverse di vitigni unici al mondo.

Il progetto è stato presentato martedì al Sea Front Pasta Di Martino di Piazza Municipio, da Piero Gabriele (Responsabile Comunicazione AIS Campania), da Nicoletta Gargiulo (Presidente AIS Campania) e da Tommaso Luongo (Delegato AIS Napoli).

<<Un territorio, tante anime. Anzi, Cento Anime diverse e più>>, afferma Gabriele. <<E’ il destino della Campania che al suo interno raccoglie vitigni famosi, famosissimi, e altri praticamente sconosciuti. Figli di un dio minore che testimoniano la bellezza di un territorio che si snoda dalle pendici di ben due vulcani attivi, fino alle isole, passando per laghi, colline e montagne>>.

<<Si tratta di un format itinerante pensato per essere uno, trino e molteplice>>, ha affermato Nicoletta Gargiulo. <<Campania100 ha già nel suo programma di viaggio tre appuntamenti molto importanti: il 21 novembre a Verona al Congresso Nazionale dell’ AIS, e poi Roma e Firenze, rispettivamente a febbraio e marzo 2020. Il progetto prevede la rotazione delle aziende campane durante il susseguirsi delle date del tour italiano>>.

<<Campania100 è un viaggio tra gli oltre cento vitigni autoctoni di una terra mitologica, dalla cultura millenaria>>, ha affermato il delegato Luongo. <<Un itinerario che parte dalla ricchezza ampelografica e dall’imponente biodiversità dei vari terroir, per arrivare a tracciare un profilo regionale unitario, composto da varietà autoctone e produzioni diverse, ma pur sempre fedeli espressioni delle zone di allevamento>>.

La conferenza stampa di presentazione si è svolta al primo piano della struttura, davanti ai fornelli guidati dallo chef Pierpaolo Giorgio, che ha preparato assaggi di pasta, sapientemente equilibrati. Si è partiti da una non facile, ma perfettamente riuscita, colatura di alici, fino ad arrivare alla “devozione”, la classica forchettata di spaghetti con pomodorini della collina di Quisisana, in ricordo dei tempi antichi, quando la pasta veniva essiccata e cucinata per strada.

Campania100 non vuole fermarsi all’interno dei nostri confini nazionali, ma si propone di arrivare fino a Londra, per questo è un progetto che ti scuote e ti porta ad affermare con profonda soddisfazione: <<Finalmente!>>.
Perché la nostra regione, pur con tutti i problemi che l’affliggono, continua a stupire e a meravigliare coloro che accorrono da ogni parte del mondo per ammirare i nostri tesori. Campania100 vuole dire al mondo del vino – e non solo – che la Campania c’è ed è viva, con la sua storia, ma anche con la forza dei tanti produttori che continuano ad investire in questa terra. A noi spetterà il compito delicato, difficile, ma nello stesso tempo avvincente, di raccontare tutta questa Bellezza.

 

Yuri Buono
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L’Alta Irpinia e quel Vinicio Capossela che non ti aspetti…

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Tutto è iniziato con un libro, divenuto poi un documentario…

“Nel Paese dei Coppoloni” non è solo il racconto dei luoghi irpini martoriati dal terremoto dell’Ottanta, ma è la capacità, da parte di Vinicio Capossela, di far sentire voci, profumi e musiche di un tempo ormai passato, cristallizzato in quelle pietre che continuano a conservare una memoria contadina e nobile allo stesso tempo. Lontano dal “personaggio” conosciuto ai più, in questo lavoro Vinicio si presenta come un figlio lontano che ritorna “a casa” e che cerca di conservare le tradizioni, perché sa che ciò significa conservare la memoria. Vi racchiudo qui di seguito alcuni estratti dei suoi racconti, alternandoli e confrontandoli con la mia esperienza personale vissuta in quei luoghi.

<<Là sopra dalla parte della Rata, dove il sole non vuole mai smettere l’abbaglio, là stanno i Morresi e di fronte gli stanno i carnacchiari, cavillosi Andrettesi. C’è tutta un’Italia interna fatta di paesi, di terra, di campagna che è stata largamente svuotata; flussi economici hanno spostato lontano gli uomini. È rimasto un grande vuoto che l’attualità cerca di riempire in maniera sempre piuttosto violenta. La contemporaneità arriva in forma di trivellazioni, di centrali eoliche e di discariche.>>

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Forse è l’immagine più emblematica di come il tempo qui si sia fermato…

Il documentario si snoda tra paesini dell’Alta Irpinia. Mi rapiscono e, così, decido di andarci!

Il richiamo verso luoghi che conservano memorie di scale, pietre, borghi, viuzze, campanili è troppo forte e mi ritrovo in questa valle, attraversata dal fiume Ofanto e costellata da tanti piccoli presepi, illuminati da luci che sanno di antico. Sul punto più alto, simile al muso di una balena, vi è Cairano, “il paese dei coppoloni” perché, essendo situato a più di 800 metri d’altezza, chi ancora ci abita cerca di difendersi dal vento molto forte con grosse “coppole” di panno.
Qui tutto è silenzio! E sul punto più alto di questo “scorzone” di roccia sono state installate delle canne che convogliano il vento e lo trasformano in musica. Il cielo è così vicino che sembra poterlo toccare e mentre il sole tramonta sembra che qui non possa esistere il male.

Il tempo si ferma, così come l’orologio che mi accoglie scendendo a Calitri. È fermo alle 19 e 35 di quel maledetto 23 novembre, una data che ha segnato per sempre questi luoghi. Voglio saperne di più e, così, incontro <<Giuvanne ‘o barbiere: era appassionato di mascalcia, sicuranza, ma soprattutto di chiacchiere, che era dicitore finissimo e cultore della lingua paisana antica ed era chiamato “il veloce” per il fatto che nelle chiacchiere, i conti e i fatti episodici, impegnava non meno di due ore per taglio. Parlava veloce e veloce aveva il pensiero.>>

Gli parlo, mi declama qualche sua poesia, mentre col pennello (rituale ormai desueto tra i barbieri di città) mi insapona per poi radermi la barba. Forse non avevo bisogno di farla, ma avevo bisogno di incontrarlo, ascoltare i suoi racconti, farmi raccontare Calitri da chi, come lui, di storie ne ha sentite tante. Mi dice che a Cairano sono tre anni che non nasce un bambino e a Calitri nel 2018 ne sono nati venti, a fronte di ottanta persone decedute ed è questa la cosa che gli fa più male, perché è convinto che chiunque sia andato via abbia lasciato qui il suo cuore.
Vado via con la promessa di ritornare e vagando per il paese incontro due cartoline: una con le case colorate del piccolo borgo, l’altra di case sventrate dal terremoto.

<<C’è una nostalgia, una “algia” cioè un dolore del ritorno: “nostos” e “algia”. Un ritorno che è sempre impossibile, ma è forte l’appartenenza a qualcosa che non si è in verità vissuto. Se ci si guarda indietro e si guarda non tanto alle radici, ma a chi ci ha preceduto, quindi le terre degli avi, da qualche parte le nostre ossa, il nostro sangue, sanno quello che è venuto prima e sanno riconoscere le cose>>.

Continuo il mio giro e mi reco a Sant’Andrea di Conza. Qui incontro Antonio, uno dei temerari che non è voluto andar via, ma ha voluto investire nei suoi luoghi d’infanzia, migliorando il vigneto di famiglia e impiantando nuove viti e nei suoi occhi vedo la stessa felicità di un bambino.

<<Ci sono dei luoghi che bisogna preservare almeno nella memoria, preservarli come luoghi di purezza e questa purezza di solito viene naturalmente dal mondo dell’infanzia. Questi luoghi sono importanti da tenersi attaccati all’immaginario quasi come fossero il fango, le zolle di terra, a cui far attecchire i sogni>>.

Mi invita a mangiare le “cannazze”, che qui sono viste come qualcosa di sacro, non solo perché si apre una vera e propria sfida tra le donne del paese a chi le prepara meglio, ma anche e, soprattutto, perché erano il piatto della festa quando ci si sposava.

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Le famose “cannazze”

<<Questa è una società che ha perso grandemente il senso del rito, proprio la ritualità condivisa. Una delle ritualità fondanti di tutte le comunità è lo sposalizio. Già a partire dal piatto principale, le cosiddette “cannazze”, che altro non sono che degli ziti (ziti significa già sposi) spezzati e con un sugo che bolle per ore e ore e questo profumo che già quando si è piccoli significa che qualcuno ti vuole bene.
Questo sugo che viene condito da questo involtino di carne attorcigliato e legato con uno spago che si chiama “vraciola”. L’amico Alfonso Nannariello, un poeta e scrittore di questo paese, ha avuto una volta un’immagine davvero riuscita. Questo gruppo che pian piano si stringe intorno alla nuova coppia avvolgendola e legandola con le “zacarelle”, questi lacci di carta colorata, quasi fosse esattamente quella “vraciola” che è legata dallo spago per potere poi bollire e insaporire il sugo.
Ecco, a quel punto, proprio come la “vraciola” venivano come inghiottiti e digeriti dalla comunità. Questo era il senso della festa dello sposalizio.
Non ci sono più sposalizi e non si miete, perché la mietitura, esattamente come lo sposalizio, è rito collettivo. Il campo vuoto va anche pregato>>.

E proprio qui, mentre la famiglia è seduta intorno alla tavola imbandita, si sente la banda che annuncia l’arrivo della processione in piazza.

Sant'Andrea di Conza

La Processione di Sant’Andrea, Santo Patrono

<<Qui non è arrivata la nuova liturgia. Barcollano le voci, si tengono insieme intonando un latino con le scarpe sporche di fango e concime. Un latino che impastato con la zanga del dialetto calitrano invincibile, diventa “lengua” del Volgo che rende mistico il rito>>.

Dio benedica e preservi i piccoli borghi del nostro Paese e della nostra Campania; luoghi dove conservare memoria e tradizione. E benedica anche questa gente che, nonostante un lento e inesorabile spopolamento, ancora resiste, accoglie, produce liquori in casa, impasta il pane, la pasta…il cuore!

È qui, in questi luoghi, che si conserva il seme, quello che servirà dopo la tempesta.

da Giovannino Guareschi, Don Camillo e don Chichì, in Tutto Don Camillo. Mondo piccolo, II, BUR, Milano, 2008, pp. 3114-3115

Don Camillo spalancò le braccia [rivolto al crocifisso]: <<Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?>>.

<<Don Camillo, perché tanto pessimismo? Al­lora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?>>.

<<No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pu­dore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. L’uomo, mi pare, stia distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?>>.

Il Cristo sorrise: <<Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede>>.

Veduta notturna di Cairano

Yuri Buono
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