Come ripartì la vita dopo l’eruzione del 79 d.C

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In questi giorni di Coronavirus la domanda su come e quando ripartiremo sembra ancora senza risposta.
Questa vuole essere una testimonianza di chi è riuscito, dopo un disastro immane, a ripartire con grinta e fiducia. Certo, qui il nemico non si vede, non sai dove si nasconde, ma è allo stato d’animo che dobbiamo guardare.

Dopo l’eruzione del 79 d.C. il panorama vesuviano da rigoglioso e fiorente si trasformò in un paesaggio lunare.
Migliaia di sopravvissuti rimasero senza nulla.
L’eruzione durò diverse ore.
Plinio il Giovane, di stanza a Miseno, racconta che l’eruzione iniziò tra le dieci e le undici di mattina con un’esplosione così violenta da staccare il fondo del cratere, che fu espulso come un tappo di champagne.
L’archeologa Ersilia D’Ambrosio attesta: <<l’eruzione è ben conosciuta, ma ciò di cui si sa poco è legato allo sforzo di ricostruzione in tempi record, combattendo la piaga degli sciacalli, esistenti già allora. Bisogna raccontare come un’intera regione sia tornata rapidamente alla vita, rilanciando la produzione del vino vesuviano, motore dell’economia dell’impero>>.
Massimo Osanna, direttore del Parco Archeologico di Pompei afferma: <<per Tito Flavio Cesare Vespasiano Augusto, salito al trono pochi mesi prima della catastrofe, fu una vera e propria prova di forza. Istituisce una commissione denominata “Restituendae Campaniae” che con un sopralluogo accerta che le città sono completamente sepolte>>.
Tito affronta, così, una grande sfida.
Suo padre, Vespasiano, godeva di un grande consenso popolare, a differenza del figlio descritto come crudele, capriccioso e immaturo.
Pompei divenne per Tito un banco di prova.


Per questo parte alla volta di Pompei; raggiunge i componenti della commissione, porta conforto ai sopravvissuti, segue personalmente l’evolversi della interventi e mette a disposizione la cassa personale dell’imperatore per garantire un’assistenza rapida.
È la più grande donazione privata nella lunga storia dell’impero Romano.
La Regione viene aiutata in modo da non restare indietro rispetto al resto dell’Impero.
Per Tito la priorità assoluta è la ricostruzione delle infrastrutture, visto che il suolo si è alzato e la linea di costa si è spostata di due chilometri.
Per facilitare i soccorsi si parte dalla ricostruzione delle strade creando cantieri comunicanti in modo da velocizzare i lavori.

Strade
Essendo una zona agricola e volendo far ripartire la produzione si poneva il problema di capire a chi appartenessero i terreni. I confini erano scomparsi. A Pompei c’erano sei metri di ceneri e lapilli e ad Ercolano venti metri di detriti vulcanici fangosi.
Tito procede, pertanto, alla riassegnazione delle terre.
Dal famoso affresco di Bacco e il Vesuvio emerge chiaramente che la produzione principale dell’area Vesuviana fosse quella del vino.

Bacco
Il Vesuvio era ricoperto per due terzi da vigneti, dai quali si ottenevano ettolitri di vino spediti in Gallia, Spagna, Grecia, Gran Bretagna e persino in Nord Africa e in India.
Gli antichi romani bevevano molto, in media 260 litri a persona l’anno, dalla colazione alla cena; doverne fare a meno avrebbe creato ansia sociale e perdite economiche; per questo Tito si prodiga per riportare in breve tempo in auge la produzione vitivinicola.
Villa dei Misteri conserva una parte produttiva dove gli archeologi hanno ritrovato un grande torchio e una vasca dove scorreva vino; qui le pareti erano rivestite di un materiale impermeabile e dopo la pigiatura il vino maturava nei tipici grandi tini di terracotta chiamati “dolia”, che venivano interrati per evitare sbalzi di temperatura, offrendo le condizioni ideali per la maturazione del vino.

Dolia
Il terreno era fertile per la sua origine vulcanica e il fiume Sarno irrigava la pianura intorno a Pompei. I Romani bevevano un vino completamente diverso da quello che beviamo oggi. Nella regione si produceva talmente tanto vino che, dopo l’eruzione, Roma e gran parte delle province dell’impero restarono a secco.
L’economia dell’impero crollò nell’arco di un giorno e di una notte.
Tito come avrebbe potuto far ripartire la produzione del vino in così poco tempo? La risposta è a pochi chilometri da Pompei. La maggior parte delle regioni a nord del vulcano erano state risparmiate; qui la vita e le attività produttive potevano ricominciare.
Ed è proprio a nord del Vesuvio, a Somma Vesuviana, che è stata ritrovata una villa augustea, molto simile a Villa dei Misteri, dove si producevano 100.000 litri di vino l’anno.
Fu da quest’area e dal vino che ripartì l’economia dell’Impero, unitamente alla produzione di cereali, frutta e olio.
Quello stesso vulcano che ha distrutto la vita l’ha anche restituita, rendendo fertilissimi i terreni.
Quello stesso vulcano killer e benefattore trovò in Tito un alleato laborioso che in poco tempo seppe far ripartire l’intera area vesuviana.
Gran parte di ciò di cui godiamo oggi è merito di questa grande opera di Protezione Civile in toga e sandali…

(Sunto tratto dal documentario “Pompei: dopo il disastro” di Sabine Biet, con aggiunte del redattore)

Yuri Buono
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Maradona: l’acquisto più folle della storia…all’ultimo secondo!

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Erano trascorsi 123 anni, 4 mesi e 22 giorni dall’ultimo Re: Francesco II di Borbone, Re Delle Due Sicilie. Dopo di lui, nessuno, nella città di Napoli, fu riconosciuto come tale; nè i sovrani post unitari che si succedettero, nè la Repubblica, mai amata per davvero nella città più monarchica d’Italia.

Eppure, un nuovo Sovrano, dopo tutti questi anni, occupò quel vuoto:
DIEGO ARMANDO MARADONA.

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Nel 1980 va al Boca Junior per 6 miliardi (l’acquisto più costoso di sempre nella storia del calcio argentino). Poi passa al Barcellona per 14 miliardi .Nel 1984 Maradona ha 24 anni.
Maradona è il nome dei sogni e non può cambiare nel campionato più bello del mondo.

La trattativa nasce nello studio di Pierpaolo Marino che nel frattempo sta organizzando un’amichevole contro il Barcellona per festeggiare la salvezza dell’Avellino in serie A: <<Il mio intermediario spagnolo mi informò del fatto che Maradona volesse venire in Italia.
Telefonai a Boniperti il quale disse che Maradona era un giocatore fantastico, ma che per alcuni suoi comportamenti fuori dal campo non sarebbe stato da Juve.  Mi consigliò di proporlo al Napoli, sia per bacino di utenza che per la passione della gente>>.
Maradona è ufficialmente sul mercato. Era stato già avvicinato al Napoli sei anni prima, dall’allenatore Gianni Di Marzio, che lo vide a Buenos Aires, e volle fargli un provino, ma le frontiere per i calciatori stranieri erano ancora chiuse.

Ci vollero 44 giorni prima che l’ultimo Re potesse entrare in terra partenopea.

Nel 1984 chiude la Cassa del Mezzogiorno e non è più l’epoca dell’Italsider.
I soldi li amministra la politica e in particolare la Democrazia Cristiana napoletana con tre ministri potenti, Pomicino, Gava e Scotti. Quest’ultimo, da sindaco, sta per diventare importante nella trattativa, perché vede in Maradona l’uomo che avrebbe potuto risollevare l’animo dei napoletani post terremoto.
I lavori del Centro Direzionale vanno avanti, in un progetto urbanistico che ingloba milioni di tonnellate di cemento, ferro e vetro e che dall’alto rende evidente il pugno nell’occhio, ancora oggi visibile, se rapportato ai murales di Maradona che giganteggiano nei vicoli di una storia millenaria.

La trattativa parte il 22 maggio con Cysterpiller (il procuratore di Diego) che contatta Antonio Iuliano, bandiera di Napoli con 16 anni di maglia sulle spalle e 394 gare disputate.
La società del Napoli è amministrata da Corrado Ferlaino dal 1969. Di lui così ne parla Pierpaolo Marino: <<L’ingegnere aveva una malattia per il Napoli. Era un presidente tifoso. A un certo punto volle vincere ed ebbe il coraggio di spendere, altrimenti l’idea nata ad Avellino sarebbe morta lì>>.
Il 25 maggio il Consiglio direttivo del Barcellona vota la cessione di Maradona con 15 voti favorevoli contro 4 contrari.
Il 27 maggio Maradona sembra che stia già a Napoli, ma tra la fine di maggio e l’inizio di giugno la Giunta Esecutiva del Barcellona boccia il passaggio.
Il 9 giugno Maradona dichiara di volere il Napoli; si fa fotografare con una maglia azzurra inviatagli dal Guerino Sportivo, che diventerà poi la copertina di quella settimana con la scritta “Voglio Napoli”.

Il Barcellona allora chiede garanzie economiche.
La legge vieta trasferimenti di denaro all’estero in assenza di un contratto.
Il primo miliardo arriva dal Banco di Roma che ha uno sportello in Catalogna.
I successivi 5 miliardi dei 13 e mezzo totali richiesti vengono messi a disposizione dalla Banca della Provincia.
Manca la parte più importante: gli oltre sette miliardi che può sborsare solo il Banco di Napoli. A guidarlo, in quell’epoca, è il prima direttore e poi presidente dell’Istituto, Ferdinando Ventriglia. Il Sindaco Scotti chiama Ventriglia e lo convince. Il Napoli è pronto, ma il Vicepresidente del Barcellona, Gaspart, si erge a paladino del no.
Maradona sfuma ancora, tifosi in rivolta e Diego che definisce dittatori i dirigenti del club catalano.
Su queste parole di Diego, il 22 giugno il Napoli invia i 5 miliardi.
Il 26 giugno, con un telex, il Banco di Napoli si impegna a pagare due milioni di dollari al 30 settembre 1985 e due milioni e centottantamila dollari al 30 settembre 1986, a patto che il contratto venga firmato entro il 27 giugno 1984.
Il Napoli vuole mettere il Barcellona alle corde perché la trattativa deve concludersi tassativamente entro il 30 giugno, data di chiusura del mercato straniero.
Il tempo stringe.
Il 29 giugno Antonio Iuliano litiga con Gaspart, il Vicepresidente del Barcellona; all’incontro arriva anche un Maradona inferocito perché il suo presidente ha aggiunto un altro miliardo alla richiesta iniziale, portandola così a 15 miliardi. Inaccettabile!
Ferlaino vola a Milano per depositare in Lega il telex ricevuto dagli spagnoli che conferma la trattativa. Non è un contratto, ma è l’unico documento con il quale poter presentare un ricorso alla Uefa.
L’ingegnere lascia Milano e vola a Barcellona per la firma del contratto.
Maradona va sotto casa di Nunez, il presidente del Barcellona, gridando che vuole andare via e che non può più trattenerlo.
Il teatro è servito. Che si alzi il sipario.
Nunez convoca Ferlaino allo chalet di Sant Andreu del Llavanares, sulla Costa Brava.
È lì che Maradona diventa un calciatore del Napoli.
Il 30 giugno 1984 la favola è iniziata.
Ferlaino vola di nuovo a Milano. Da questo momento gli orologi si fermano. In Lega c’è solo la guardia notturna alla quale chiede il piacere di riavere il plico che aveva consegnato, perché c’era stato un errore, così da sostituire la busta contenente solo il telex del Barcellona (un fax ante litteram) con il contratto vero e proprio.
Una mandrakata!
Maradona riceverà 800.000 mila dollari all’anno per quattro stagioni, villa con vista sul golfo, due auto, dieci biglietti aerei e due viaggi all’anno in Argentina, il 50 per cento dei proventi dalla pubblicità con il Napoli e l’80 per cento quando è in abiti civili.
Napoli è pronta ad accogliere il suo Re.
Arriva nel campionato più bello del mondo, il giocatore più forte del mondo.
Ciò avviene il 4 luglio, ma appena arrivato va direttamente a Capri, al Ristorante “La Capannina”. Rientra in città a notte fonda insieme alla fidanzata Claudia e va a dormire in una suite dell’Hotel Vesuvio.
La mattina del 5 luglio alle 7e30 è già nella clinica di Via Manzoni per la visita dal dottor Acampora e con loro c’è l’argentino José Alberti, allenatore e amico di Bruno Pesaola, in veste di interprete su incarico del Napoli.
Si reca poi, in visita privata, al San Paolo di Fuorigrotta; poi a pranzo va a Pozzuoli, sempre scortato dalla polizia e si reca al ristorante “La Ninfea”.
Alle 17 la sua prima conferenza stampa con Carlo Iuliano, storico addetto stampa del Napoli e Corrado Ferlaino. Un giornalista francese Alain Chaillot, pone una domanda avanzando l’ipotesi che i soldi dell’acquisto di Diego siano arrivati dalla camorra.
Ferlaino non ci sta. Si alza in piedi e con voce tremante, ma decisa, sbatte fuori il giornalista francese.
<<Io mi ero dissanguato. Lo cacciai via. Per il solito fatto di Napoli che qualunque cosa di buono si fa qui dicono che è finanziata dalla camorra o ci sta la camorra dietro. Cosa che non era vera, perché la camorra non c’entrava proprio niente>>.
Alle 18e30 di quel 5 luglio 1984, orario e data da consegnare i posteri, Diego entra nel San Paolo e palleggia a centrocampo.

Con lui arriveranno 2 scudetti, una Supercoppa Italiana, una coppa UEFA e disputerà 259 partite, segnando 115 gol.
Il Re ha finalmente trovato il suo Regno.
Un Re bizzarro, che quando una volta Ferlaino parlò alla squadra – perché gli era arrivato all’orecchio che alcuni calciatori si erano concessi delle uscite serali – ebbe a dire: <<Presidente se non ti sta bene la mia vita privata io me ne vado>> e Ferlaino rispose: <<No, no, ma io ce l’ho con Careca e Alemao>>, che erano usciti per la prima volta dopo sei mesi, per andare a cena tra l’altro.
Carmando, il mitico massaggiatore del Napoli, così lo ricorda: <<Diego per me non si può dimenticare perché aveva un cuore grande, grande, grande. Un Natale mi chiese di fare una lista dei giocatori per fare i regali a tutti, mogli e figli compresi. Andava spesso a Pompei per portare i più bei regali ai bambini che non avevano famiglia.
Maradona era in grado di fare gruppo e abbiamo vinto solo perché con lui si era creata una famiglia>>.

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Ma cos’ha fatto Diego per Napoli?
Ha sconfitto decenni di subalternità, ha risposto con i gol e lo sberleffo ai soldi degli industriali del nord, al potere sportivo di Roma, di Milano e di Torino, è andato a vincere su ogni campo.
Anche quando ai Mondiali del ’90 ci fu da scegliere tra Italia e Argentina, a Napoli si scelse la seconda perché fu un riscatto che milioni di napoletani aspettavano da chissà quanto, forse proprio dai tempi del Borbone.
Ora era tornato il Re. Un Re che sapeva comandare.
Giocò un’amichevole ad Acerra, nonostante il divieto della società, su un campetto di terreno e fango ai limiti del praticabile. Lui lo aveva promesso alla gente. Caricò i compagni, pagò tutti e si giocò tra gioia e sorrisi.
Svolse anche lì il ruolo di Sovrano del popolo, ma un Sovrano diverso dal solito. Un Sovrano che non regalava brioches, ma classe infinita.

 

(Sunto del programma “Ho visto Maradona” di Matteo Marani, con aggiunte del redattore)

Yuri Buono
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Campania100: la ribalta dei vitigni autoctoni

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Quante volte abbiamo sentito dire che la nostra Regione possiede ricchezze uniche non valorizzate? Tante, troppe! Bene, se anche questa fosse solo una goccia (di vino) in un tino, vale la pena di crederci e di supportare questa importante iniziativa messa in atto dalla delegazione campana dell’Associazione Italiana Sommelier.
Si chiama Campania100 e si tratta di un progetto nuovo, che porterà cento vini campani in giro per l’Italia e non solo: etichette che hanno segnato la storia, annate imperdibili, storie di territori eccezionali e declinazioni diverse di vitigni unici al mondo.

Il progetto è stato presentato martedì al Sea Front Pasta Di Martino di Piazza Municipio, da Piero Gabriele (Responsabile Comunicazione AIS Campania), da Nicoletta Gargiulo (Presidente AIS Campania) e da Tommaso Luongo (Delegato AIS Napoli).

<<Un territorio, tante anime. Anzi, Cento Anime diverse e più>>, afferma Gabriele. <<E’ il destino della Campania che al suo interno raccoglie vitigni famosi, famosissimi, e altri praticamente sconosciuti. Figli di un dio minore che testimoniano la bellezza di un territorio che si snoda dalle pendici di ben due vulcani attivi, fino alle isole, passando per laghi, colline e montagne>>.

<<Si tratta di un format itinerante pensato per essere uno, trino e molteplice>>, ha affermato Nicoletta Gargiulo. <<Campania100 ha già nel suo programma di viaggio tre appuntamenti molto importanti: il 21 novembre a Verona al Congresso Nazionale dell’ AIS, e poi Roma e Firenze, rispettivamente a febbraio e marzo 2020. Il progetto prevede la rotazione delle aziende campane durante il susseguirsi delle date del tour italiano>>.

<<Campania100 è un viaggio tra gli oltre cento vitigni autoctoni di una terra mitologica, dalla cultura millenaria>>, ha affermato il delegato Luongo. <<Un itinerario che parte dalla ricchezza ampelografica e dall’imponente biodiversità dei vari terroir, per arrivare a tracciare un profilo regionale unitario, composto da varietà autoctone e produzioni diverse, ma pur sempre fedeli espressioni delle zone di allevamento>>.

La conferenza stampa di presentazione si è svolta al primo piano della struttura, davanti ai fornelli guidati dallo chef Pierpaolo Giorgio, che ha preparato assaggi di pasta, sapientemente equilibrati. Si è partiti da una non facile, ma perfettamente riuscita, colatura di alici, fino ad arrivare alla “devozione”, la classica forchettata di spaghetti con pomodorini della collina di Quisisana, in ricordo dei tempi antichi, quando la pasta veniva essiccata e cucinata per strada.

Campania100 non vuole fermarsi all’interno dei nostri confini nazionali, ma si propone di arrivare fino a Londra, per questo è un progetto che ti scuote e ti porta ad affermare con profonda soddisfazione: <<Finalmente!>>.
Perché la nostra regione, pur con tutti i problemi che l’affliggono, continua a stupire e a meravigliare coloro che accorrono da ogni parte del mondo per ammirare i nostri tesori. Campania100 vuole dire al mondo del vino – e non solo – che la Campania c’è ed è viva, con la sua storia, ma anche con la forza dei tanti produttori che continuano ad investire in questa terra. A noi spetterà il compito delicato, difficile, ma nello stesso tempo avvincente, di raccontare tutta questa Bellezza.

 

Yuri Buono
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L’Alta Irpinia e quel Vinicio Capossela che non ti aspetti…

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Tutto è iniziato con un libro, divenuto poi un documentario…

“Nel Paese dei Coppoloni” non è solo il racconto dei luoghi irpini martoriati dal terremoto dell’Ottanta, ma è la capacità, da parte di Vinicio Capossela, di far sentire voci, profumi e musiche di un tempo ormai passato, cristallizzato in quelle pietre che continuano a conservare una memoria contadina e nobile allo stesso tempo. Lontano dal “personaggio” conosciuto ai più, in questo lavoro Vinicio si presenta come un figlio lontano che ritorna “a casa” e che cerca di conservare le tradizioni, perché sa che ciò significa conservare la memoria. Vi racchiudo qui di seguito alcuni estratti dei suoi racconti, alternandoli e confrontandoli con la mia esperienza personale vissuta in quei luoghi.

<<Là sopra dalla parte della Rata, dove il sole non vuole mai smettere l’abbaglio, là stanno i Morresi e di fronte gli stanno i carnacchiari, cavillosi Andrettesi. C’è tutta un’Italia interna fatta di paesi, di terra, di campagna che è stata largamente svuotata; flussi economici hanno spostato lontano gli uomini. È rimasto un grande vuoto che l’attualità cerca di riempire in maniera sempre piuttosto violenta. La contemporaneità arriva in forma di trivellazioni, di centrali eoliche e di discariche.>>

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Forse è l’immagine più emblematica di come il tempo qui si sia fermato…

Il documentario si snoda tra paesini dell’Alta Irpinia. Mi rapiscono e, così, decido di andarci!

Il richiamo verso luoghi che conservano memorie di scale, pietre, borghi, viuzze, campanili è troppo forte e mi ritrovo in questa valle, attraversata dal fiume Ofanto e costellata da tanti piccoli presepi, illuminati da luci che sanno di antico. Sul punto più alto, simile al muso di una balena, vi è Cairano, “il paese dei coppoloni” perché, essendo situato a più di 800 metri d’altezza, chi ancora ci abita cerca di difendersi dal vento molto forte con grosse “coppole” di panno.
Qui tutto è silenzio! E sul punto più alto di questo “scorzone” di roccia sono state installate delle canne che convogliano il vento e lo trasformano in musica. Il cielo è così vicino che sembra poterlo toccare e mentre il sole tramonta sembra che qui non possa esistere il male.

Il tempo si ferma, così come l’orologio che mi accoglie scendendo a Calitri. È fermo alle 19 e 35 di quel maledetto 23 novembre, una data che ha segnato per sempre questi luoghi. Voglio saperne di più e, così, incontro <<Giuvanne ‘o barbiere: era appassionato di mascalcia, sicuranza, ma soprattutto di chiacchiere, che era dicitore finissimo e cultore della lingua paisana antica ed era chiamato “il veloce” per il fatto che nelle chiacchiere, i conti e i fatti episodici, impegnava non meno di due ore per taglio. Parlava veloce e veloce aveva il pensiero.>>

Gli parlo, mi declama qualche sua poesia, mentre col pennello (rituale ormai desueto tra i barbieri di città) mi insapona per poi radermi la barba. Forse non avevo bisogno di farla, ma avevo bisogno di incontrarlo, ascoltare i suoi racconti, farmi raccontare Calitri da chi, come lui, di storie ne ha sentite tante. Mi dice che a Cairano sono tre anni che non nasce un bambino e a Calitri nel 2018 ne sono nati venti, a fronte di ottanta persone decedute ed è questa la cosa che gli fa più male, perché è convinto che chiunque sia andato via abbia lasciato qui il suo cuore.
Vado via con la promessa di ritornare e vagando per il paese incontro due cartoline: una con le case colorate del piccolo borgo, l’altra di case sventrate dal terremoto.

<<C’è una nostalgia, una “algia” cioè un dolore del ritorno: “nostos” e “algia”. Un ritorno che è sempre impossibile, ma è forte l’appartenenza a qualcosa che non si è in verità vissuto. Se ci si guarda indietro e si guarda non tanto alle radici, ma a chi ci ha preceduto, quindi le terre degli avi, da qualche parte le nostre ossa, il nostro sangue, sanno quello che è venuto prima e sanno riconoscere le cose>>.

Continuo il mio giro e mi reco a Sant’Andrea di Conza. Qui incontro Antonio, uno dei temerari che non è voluto andar via, ma ha voluto investire nei suoi luoghi d’infanzia, migliorando il vigneto di famiglia e impiantando nuove viti e nei suoi occhi vedo la stessa felicità di un bambino.

<<Ci sono dei luoghi che bisogna preservare almeno nella memoria, preservarli come luoghi di purezza e questa purezza di solito viene naturalmente dal mondo dell’infanzia. Questi luoghi sono importanti da tenersi attaccati all’immaginario quasi come fossero il fango, le zolle di terra, a cui far attecchire i sogni>>.

Mi invita a mangiare le “cannazze”, che qui sono viste come qualcosa di sacro, non solo perché si apre una vera e propria sfida tra le donne del paese a chi le prepara meglio, ma anche e, soprattutto, perché erano il piatto della festa quando ci si sposava.

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Le famose “cannazze”

<<Questa è una società che ha perso grandemente il senso del rito, proprio la ritualità condivisa. Una delle ritualità fondanti di tutte le comunità è lo sposalizio. Già a partire dal piatto principale, le cosiddette “cannazze”, che altro non sono che degli ziti (ziti significa già sposi) spezzati e con un sugo che bolle per ore e ore e questo profumo che già quando si è piccoli significa che qualcuno ti vuole bene.
Questo sugo che viene condito da questo involtino di carne attorcigliato e legato con uno spago che si chiama “vraciola”. L’amico Alfonso Nannariello, un poeta e scrittore di questo paese, ha avuto una volta un’immagine davvero riuscita. Questo gruppo che pian piano si stringe intorno alla nuova coppia avvolgendola e legandola con le “zacarelle”, questi lacci di carta colorata, quasi fosse esattamente quella “vraciola” che è legata dallo spago per potere poi bollire e insaporire il sugo.
Ecco, a quel punto, proprio come la “vraciola” venivano come inghiottiti e digeriti dalla comunità. Questo era il senso della festa dello sposalizio.
Non ci sono più sposalizi e non si miete, perché la mietitura, esattamente come lo sposalizio, è rito collettivo. Il campo vuoto va anche pregato>>.

E proprio qui, mentre la famiglia è seduta intorno alla tavola imbandita, si sente la banda che annuncia l’arrivo della processione in piazza.

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La Processione di Sant’Andrea, Santo Patrono

<<Qui non è arrivata la nuova liturgia. Barcollano le voci, si tengono insieme intonando un latino con le scarpe sporche di fango e concime. Un latino che impastato con la zanga del dialetto calitrano invincibile, diventa “lengua” del Volgo che rende mistico il rito>>.

Dio benedica e preservi i piccoli borghi del nostro Paese e della nostra Campania; luoghi dove conservare memoria e tradizione. E benedica anche questa gente che, nonostante un lento e inesorabile spopolamento, ancora resiste, accoglie, produce liquori in casa, impasta il pane, la pasta…il cuore!

È qui, in questi luoghi, che si conserva il seme, quello che servirà dopo la tempesta.

da Giovannino Guareschi, Don Camillo e don Chichì, in Tutto Don Camillo. Mondo piccolo, II, BUR, Milano, 2008, pp. 3114-3115

Don Camillo spalancò le braccia [rivolto al crocifisso]: <<Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?>>.

<<Don Camillo, perché tanto pessimismo? Al­lora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?>>.

<<No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pu­dore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. L’uomo, mi pare, stia distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?>>.

Il Cristo sorrise: <<Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede>>.

Veduta notturna di Cairano

Yuri Buono
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La Calabria che non conoscevo…

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Loricanda.
Ne avevate mai sentito parlare?
Io no. Poi, leggendo vari articoli su internet, ho scoperto la storia di questa lavanda e mi sono recato a Campotenese. Ci troviamo nel Parco Nazionale del Pollino, a quasi 1000 metri di altezza e a pochi chilometri dal confine con la Basilicata.

Qui inizia la Calabria e se fosse un biglietto da visita la scambiereste con la Provenza. Sì, perché è qui che è stata ritrovata questa antica varietà autoctona di lavanda, chiamata appunto “loricanda”. Ed è attorno ad essa che, grazie al signor Franco e alla figlia Selene, è nato il Parco della Lavanda, che ne accoglie centinaia di varietà provenienti da tutto il mondo. Un percorso didattico dove poter passeggiare tra “filari” coloratissimi; comprendere le differenze tra “Lavandino” e “Angustifolia”; avere la prova che le api non sono pericolose (visto che a loro non interessa pungere gli uomini, ma succhiare il polline); oppure seguire il procedimento per ottenere l’olio essenziale e acquistare prodotti ottenuti dalla lavanda, come la gelatina e il miele.

Selene, suo marito e il loro piccolino mi conducono in giro per il Parco, spiegandomi i diversi periodi di fioritura e tutto ciò che c’è da sapere sulle capacità curative della lavanda. Ci salutiamo e ci diamo appuntamento a Napoli, visto che il loro bambino mi confessa di essere diventato “pizzariano”, perché mangia solo pizza. Una promessa è una promessa: vi aspetto.

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Continuo a scendere, passando per Morano Calabro, uno dei borghi più belli d’Italia, fino a giungere a Saracena: città antichissima, l’antica Sestio fondata dagli Enotri nel 1744 a.C., conquistata dai Saraceni nel 900 d.C. e, successivamente, dai bizantini e poi dai normanni. Un luogo ambito per la sua posizione dominante, dalla quale si poteva controllare l’intera piana di Sibari e il cui centro storico si presenta ancora con un dedalo di viuzze e case in pietra e calce viva.

Qui, in una di queste piccole abitazioni, incontro Maurizio, che, insieme al fratello Roberto, produce vini antichi come il Greco Bianco, la Lacrima Nera e l’ancor più antico e famoso Moscato Passito al Governo di Saracena, Presidio Slow Food. In questo vino dolce, ma non stucchevole, che apre la mente e il cuore alla meditazione, ritrovo Saracena, perché è il frutto dei millenni di dominazioni.

Un tempo, i popoli che abitarono questo luogo, avevano l’usanza di bollire il mosto, per conservarlo durante i viaggi. Oggi questa pratica è rimasta solo qui, dove a una parte di mosto bollito viene unita la parte di moscato appassita.

Mentre lo sorseggio, il Maury (così lo chiamano gli amici) mi racconta un po’ della sua vita passata in giro per l’Italia, salvo poi decidere di tornare “a casa”, quando la perdita del padre lo mette di fronte alla vita vera. Perché continuare a svolgere un lavoro che gli toglieva la vita giorno per giorno, quando gli affetti e questi luoghi gliela restituivano?

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In compagnia di Maurizio Bisconte

Intorno, però, molte case sono abbandonate; questi luoghi si sono letteralmente svuotati di giovani “migrati” alla ricerca di un “futuro migliore”, ma lui mi guarda e dice: <<Ero sempre in giro per aziende. Tutto il mio tempo libero si riduceva al sabato ed ero sempre stressato. Non so se ho fatto la scelta giusta, non so se questo è stato meglio per me, ma almeno adesso vivo>>.
E’ di questi folli sognatori che il Sud ha ancora tanto bisogno. Maurizio è tornato per sognare e per vivere le cose belle che la sua terra gli offre.

La sera decido di assaggiare un po’ di cucina albanese. Sì, qui in Calabria. E tutto questo grazie a Giorgio Castriota Scanderbeg (Gjergj Kastrioti Skënderbeu), principe e condottiero albanese, che nel XV secolo, bloccò per decenni l’avanzata musulmana in Occidente, ottenendo da Papa Callisto III gli appellativi di “Atleta di Cristo” e “Difensore della Fede”. Baluardo del Cattolicesimo, ricevette – per le sue qualità morali e militari – molte terre proprio in quest’area della Calabria.

Giorgio Castriota Scanderbeg

Qui vi si trasferirono molti abitanti provenienti dalla vicina Albania, dando luogo a veri e propri paesi dove si parla ancora albanese e si cucinano piatti di cultura “arbereshe”. Mi dirigo da “Kamastra” – su consiglio del mio amico Marco – a Civita, l’antica Çifti, dove il simpatico avvocato Filardi mi accoglie con fraterna disponibilità, facendomi gustare la Dromësat (Dromsa), piccole palline di farina che si formano grazie al battere continuato di rametti di origano bagnati su di essa. Il tutto poi viene poi servito con un sugo di salsiccia, pomodoro e basilico. Non ci crederete, ma il risultato è unico per bontà e leggerezza.

Vi ho raccontato la mia personale esperienza in questa terra di Calabria a me sconosciuta, eppure molto vicina.

E’ l’inizio di questa regione e della provincia di Cosenza, ma è la fine di quel mondo che conserva ancora ospitalità, fede, storia e cultura antica. Quella cultura dello stare insieme che sembra facciamo a gara a dimenticare in quest’Occidente che ha perduto se stesso; una cultura che il condottiero albanese “Defensor Fidei” ci ha lasciato in eredità:

Nel suo letto di morte, Scanderbeg ordinò, fra tutte le persone riunite accanto a lui, a un bambino di andare fuori, raccogliere tanti pezzetti di legno e di queste farne un mazzo. Al suo ritorno, Scanderbeg sfidò i presenti a spezzare questo mazzo, ma nessuno di essi riuscì nell’impresa. Fu così che il principe disse allora al giovane di disfare il mazzo e romperli uno per volta.
Concluse dicendo: <<Con questo gesto, vi volevo dimostrare che se restate tutti uniti nessuno potrà mai spezzarvi, ma dividendovi anche un solo bambino potrà condurvi alla morte>>. Detto questo spirò.

 

Yuri Buono
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Antonio Piccirillo: il volto della Napoli migliore!

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Ha gli occhi di chi ha sofferto, ma li ha mantenuti puliti.
Ha gli occhi di quella Napoli che continuo ad amare, nonostante faccia di tutto per farsi odiare.
Ha gli occhi di chi ha paura, ma anche di chi sa che solo riconoscendola si può trovare il coraggio di affrontarla.

E lui l’ha fatto! Io ho quarant’anni e ricordo di non aver MAI (e dico MAI) visto il figlio di un camorrista scendere in piazza per gridare davanti ad un megafono che la camorra fa veramente schifo.

Ancora una volta questa città mi sconvolge.
All’indomani di una sparatoria in una popolosa piazza napoletana – dove un angioletto di quattro anni lotta ancora per rimanere in vita perché colpita da un proiettile vagante – all’indomani dell’ennesimo schiaffo alla città che amo, all’indomani dell’ennesima volta in cui tanti napoletani si sono chiesti, me compreso, “ma chi me lo fa fare di restare qui?”, ecco che quella “Speranza”, con la quale da sempre conviviamo, assume un volto umano, il volto di Antonio ed è un volto che ci rincuora.

Prende il megafono e dice davanti a tutti: <<amate i vostri padri, ma dissociatevi dai loro stili di vita>>; <<la camorra ha sempre fatto schifo, è sempre stata ignobile>>; <<i camorristi sono tutti falliti>>; <<i camorristi fanno una vita di merda, da cani, quella forse che meritano>>; <<i nostri padri non servono a niente>>; <<chi fa soffrire la propria famiglia non è un buon genitore>>.

Antonio ha 23 anni, ma è lontano anni luce dai “giovani d’oggi”; non ha bisogno di macchine sportive e vestiti firmati, non gli interessa essere “uno bbuono”, anzi, è proprio lui a dire: <<se per un camorrista io so’ ‘nu scemo, che ben venga, voglio essere ‘nu scemo>>. Ed è proprio questa la frase che più mi ha colpito, perché sottende una grande verità del nostro tempo, cioè quella di essere etichettato come “scemo” se non ti adatti alla mentalità camorristica.
Traslando il concetto più in generale, le parole di Antonio fanno riflettere anche e, soprattutto, perché oggi essere onesti equivale a essere ” ‘nu scemo”.
Non fai una lettera falsa con l’assicurazione? Allora sì ‘nu scemo!
Non ti fai il “pezzotto” per vedere le partite? Allora sì ‘nu scemo!
Non frequenti locali che pensi siano stati costruiti con i soldi della camorra? Allora sì ‘nu scemo!
E la risposta è sempre la stessa: “Ma tanto, lo fanno tutti”. Ed è in quel momento che si dovrebbe avere il coraggio di rispondere con quell’ Etiamsi omnes, ego non” di latina memoria; perché se pure la maggioranza tende a farti sentire ‘nu scemo, è solo dicendo NO a tutto quello che è riconducibile direttamente o indirettamente alla camorra che, finalmente, ci libereremo di essa.

Antonio stupisce anche per un altro motivo: ama ancora il padre e lo perdona ed è pronto ad offrirgli un’altra possibilità quando uscirà dal carcere. Nei suoi occhi tristi c’è rabbia, ma anche misericordia e ancora speranza; la speranza di chi confida in un cambio di rotta del padre, in una conversione. La stessa che, senza paura, invocò anche l’allora Giovanni Paolo II rivolgendosi alla mafia, responsabile dell’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino (https://www.youtube.com/watch?v=R2kzS2grRp4).

Grazie Antonio, perché le tue parole fanno bene a Napoli e dimostrano al mondo che i napoletani non sono tutti “attori”, bensì “succubi” di una società imbarbarita.

Grazie Antonio, perché le tue parole sono davvero armi DI ISTRUZIONE di massa!

Yuri Buono
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Gennaro: il vulcano dei Campi Flegrei

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Gennaro Schiano

Non c’è cosa più bella di mettere il naso nel bicchiere e riconoscere subito il vitigno.
E’ il caso del “nuovo vulcano” dei Campi Flegrei, che risponde al nome di Gennaro Schiano. Sì, perché nelle sue bottiglie c’è davvero il piedirosso.
Lo senti subito.
In un mondo enologico diviso tra le “puzze” dei vini naturali (che se fatti bene, invece, non puzzano) e la standardizzazione dei vini costruiti in cantina (che tra pratiche estreme ed aggiunte di lieviti selezionati, snaturano il risultato finale), ho scoperto “Cantine del Mare”.

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Vigna Anfiteatro

Gennaro mi ha accompagnato nelle sue bellissime vigne, recuperate e curate personalmente da lui; mi ha spiegato le qualità della terra “pozzolana”; mi ha mostrato come domare il piedirosso, sia in vigna – perché se non lo curi bene non ne raccogli -, sia in cantina, visto che è un vitigno che soffre di riduzione, ma Gennaro mi ha spiegato come riesce a risolvere questo problema.
Non vi svelo il suo segreto, ma vi dico solo che la mattina ti svegli presto e la prima cosa che fai è correre in cantina a dare ossigeno a questo vitigno bello e maledetto e lo fai senza macchinari, ma con una grossa forza di braccia.
Ho focalizzato la mia attenzione sul piedirosso perché avendo avuto in passato cattive esperienze, sono stato davvero colpito da come Gennaro riesca a trasferire nel calice tutta la tipicità di questo vitigno. Ciò vale anche per la sua Falanghina che riesce ad essere un’esplosione di colore e sapidità.

Un uomo che a poco più di quarant’anni ha vissuto già tre vite: <<quand’ero piccolo, di mattina presto, mia madre mungeva le mucche e io e mia sorella, a piedi, portavamo il latte a mio zio che aveva una pasticceria a Monte di Procida. Solo dopo prendevo i libri e andavo a scuola, in orario!>>.
A vent’anni, poi, è andato in America e anche lì la sua caparbietà gli ha consentito di passare da lavapiatti ad aiuto chef. Vita sicuramente sacrificata, ma che gli ha permesso di ritornare a casa e di curare le sue vigne, dislocate in varie zone e che dominano dall’alto la bellezza di quest’area: dal Castello di Baia a Capo Miseno, dalla Spiaggia Romana al Lago Fusaro.

Mi invita a restare a pranzo e non dirò a nessuno quanto siano state buone le sue polpette al sugo o la sua genevose e, anche da queste cose, viene fuori la sua passione. Un procedimento lunghissimo per preparare un pranzo degno di un ristorante di grido: attenzione alle lunghe cotture e alle metodologie da seguire.
Nulla è lasciato al caso; proprio come fa per il suo vino, che segue ogni giorno, prima in vigna e poi in cantina.

La prima volta che ebbi il piacere di conoscerlo, grazie a Gemma, abile penna e studiosa appassionata dei Campi Flegrei, lo vidi all’opera nella sua vigna più bella, definita anfiteatro e rimasi stupito nel realizzare come da un terreno abbandonato e incolto, ne avesse ricavato una vigna meravigliosa a forma di teatro romano.
Pensai che non fosse possibile che un uomo, da solo, potesse fare tutto questo.
Glielo dissi e ricordo ancora le parole che usaii: <<Gennà, i’ vicino a te me sento proprio piccirillo>>, ma lui subito mi tirò su, dicendomi: <<Nunn’è overo. Si nun ce stesse chi scrivesse chesti ccose, pur’a fatica mia nun servesse>>. In quel momento mi sentii risollevato, ma continuo a pensare che lui solo qui poteva nascere, in questi Campi che prendono il nome dal greco “flègo”, che significa “ardo”. Eh sì, perché quest’uomo arde davvero, di idee, di forza, di potenza e di caparbietà; si divide tra vigna, orto, cantina e trova anche il tempo per andare a funghi.
Io non mi spiegavo come quest’uomo riuscisse a fare tutto questo quasi da solo; poi, conoscendolo meglio l’ho capito: ha una moglie, Alessandra, che gli sta vicino e lo sostiene, che lo incoraggia e lo doma, che lo consiglia e lo so(u)pporta.
Perché dietro ogni grande uomo c’è davvero una grande donna.

Yuri Buono
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Zi’ Peppe: baluardo della Bellezza!

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Esiste un angolo di paradiso a pochi metri dall’inferno.
Esiste un angolo di Bellezza a pochi metri dallo squallore.
Esiste un angolo di Silenzio a pochi metri dal rumore.
Masseria Pigliuocco, a Lavorate di Sarno, è tutto questo e forse anche di più. E se continua ad esserlo è grazie all’impegno continuo e costante della famiglia Montoro e, in particolare del capostipite Zi’ Peppe.Tutti lo chiamano così, ormai, e per dirla alla Bellavista “è una figura mitologica, metà uomo e metà fiume”. Sì, perché proprio a pochi passi dalle terre “lavorate” dalla sua famiglia, scorre il Rio Santa Marina, una delle tre sorgenti di acqua cristallina che affluisce nel fiume Sarno, il fiume che poco più avanti diventerà quel misto di acqua nera e liquami maleodoranti che, ancora oggi, grida vendetta!Rio Santa MarinaZi’ Peppe sta lì, tutti i giorni, cura l’orto di famiglia, gli animali, tiene pulita tutta l’area, la controlla e la sorveglia. Non si è mai mosso da lì, tranne a vent’anni dopo una breve parentesi lavorativa a Lodi, dove in poco più di anno si fece apprezzare sul luogo di lavoro, ma rischiò la vita per un intervento alle tonsille riuscito male. L’umidità e il freddo di quelle zone, poi, aggravarono la sua patologia, al punto da costringerlo a tornare. Ed è stata la sua salvezza, perché Zi’ Peppe ha il volto sereno di chi sa che quello è il posto che Dio ha voluto per lui; ha la salute di chi, quasi ottantenne, pare ‘nu guagliunciello e ha la fortuna di mangiare davvero solo ciò che lui coltiva.
In tutti questi anni è riuscito a creare un luogo incontaminato di natura e biodiversità davvero unico. Piante aromatiche, fiori, ortaggi, verdura, tutto concorre a rendere straordinario questo piccolo Eden, fino a qualche anno fa ancora più completo e rigoglioso. <<Mi dispiace di non riuscire più a sentire il canto unico e meraviglioso dell’usignolo e della cinciarella, sterminati dalle gazze ladre e dalle cornacchie. Che darei per poterle riascoltare. Si me chiedisse ‘nu milione io t”o desso, m’abbastasse d’e ssentì n’ata vota ‘e cantà, pecché me ricordo ‘e quann’ero piccirillo e m’addurmevo sentennele ‘e cantà>>.Poeta, studioso dei balli popolari, tanto da essere invitato a Rai 2 per ballare davanti a milioni di telespettatori, la sera va in giro per sagre e manifestazioni dei comuni limitrofi per portare avanti anche l’antica tradizione della tammurriata dell’agro nocerino sarnese e…le ragazze lo aspettano per ballare insieme. << Che ce pozzo fà? Quelle mi aspettano per ballare e io ballo e posso stare anche ore a ballare senza sentire la stanchezza, perché ‘a tammurriata è ‘a vita mia>>.

Questo è Zi’ Peppe e questa, in breve, la sua storia…in molti hanno scritto di questo luogo incantato e incantevole, delle erbe aromatiche prodotte e dei San Marzano originali che lui ancora custodisce…io ho cercato di parlarvi di un luogo, dove uomo e anima si fondono, dove potrete scoprire che alcune foglie ingiallite, se ben conservate, diventano pergamene e su di esse si può scrivere, come fa zi’ Peppe quando regala una sua poesia; è un po’ il destino che vorrei per quest’articolo, quando lui non ci sarà più, affinché aiuti a conservare per sempre il ricordo di quanto ha fatto per questo luogo e che non può essere perduto.

IMG-20180831-WA0038.jpgYuri Buono
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Bellavista: 89 anni di “ammore” per Napoli

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89 anni compiuti pochi giorni fa e in un’intervista rilasciata ai microfoni di Fanpage, Luciano De Crescenzo si racconta, tirando un po’ le somme della sua vita. Emozionante per chi l’ha vista, provo a trasferirvi, attraverso la scrittura, la stessa emozione che ho provato io, ascoltando più volte le sue parole, guardando i suoi sorrisi e scrutando i suoi occhi invecchiati dall’età, ma ancora magnetici.

Con quella sprezzante ironia, tipica di chi ha avuto la fortuna di nascere nel quartiere Santa Lucia, affronta i temi più cari ai napoletani: calcio, fortuna, amore e fede.

<<Perché il calcio è più bello della pallacanestro? Perché nel calcio, bene che vada, una squadra può segnare due gol, tre gol; nella pallacanestro, invece, si segnano anche ottanta, novanta canestri. E allora è impossibile che uno spettatore possa emozionarsi novanta volte. Ecco perché il calcio è bello. Se facessero le porte più piccole ancora, sarebbe ancora più bello>>.

Il calcio: riflettiamo insieme. Il professore è studioso di filosofia, dal greco, amore della sapienza. Pertanto, “amore” e “sapienza” s’incontrano anche quando si parla solo di una partita di calcio. E lui ci fa riflettere. Non ci si può emozionare ottanta volte, ma due, tre volte al massimo. Ecco perché il calcio è più bello, soprattutto a Napoli. Vorrebbe che le porte fossero ancora più piccole, per far sì che quest’emozione fosse quanto più possibile limitata. Eppure, se ci riflettiamo, limitarsi non significa reprimersi, bensì elevarsi, cioè “limitare” davvero l’emozione alle cose vere, sublimandole. Ed è ovvio che non si riferisca al calcio, ma al fatto di aprire il cuore all’amore.

<<So’ stato fortunato, diciamo così. Io mi ricordo che avevo bisogno di soldi ed ebbi la fortuna, un giorno, di essere bloccato in ascensore insieme a un signore che lavorava per la Mondadori. Rimanemmo mezz’ora chiusi dentro l’ascensore e io dissi a questo signore che avevo dei problemi economici e lui mi disse: “perché non prova a scrivere qualcosa? Da cosa nasce cosa…”. E da questo fatto io ho tratto “Così parlò Bellavista”. Pubblicai il libro e si cominciò a vendere. Allora io capii che era molto più facile fare lo scrittore che fare l’ingegnere>>.

La fortuna: città che da sempre si è contraddistinta per quel suo porsi a metà strada tra Fede e superstizione. Riti apotropaici da un lato e chiese erette dalla pietà dei fedeli dall’altro. Eppure, la Bellezza di Napoli è tutta racchiusa qui. In questa sua dicotomia unica e, forse, irripetibile. In questo suo “non è vero, ma ci credo”, ma anche “e se poi fosse tutto vero?“. A Napoli nulla è come altrove e la fortuna di un uomo passa anche attraverso un incontro in un ascensore. Maledire il caso di essersi bloccato in ascensore o ringraziare la Provvidenza per aver fatto accadere ciò? Nel caso del nostro professore dalla barba bianca, non credo ci siano dubbi. La sua vita è cambiata dopo che la “fortuna” ha voluto che l’ascensore si bloccasse proprio nel giorno e nell’ora in cui all’interno vi era un responsabile della Mondadori. Forse, se fosse nato a Milano, l’ascensore non si sarebbe bloccato, perché funzionante alla perfezione, ma lui non sarebbe mai diventato Luciano De Crescenzo.

<<Ovviamente, io, se me lo chiedi oggi, preferisco la libertà, però essendo napoletano mi rendo conto che quasi tutti i napoletani sono uomini d’amore, mentre a Milano ci sono più uomini di libertà. Quindi se dovessi nascere un’altra volta, io preferirei sempre Napoli>>.

Amore e “ammore”: vi confesso che qui mi sono emozionato un po’. Mi capita spesso quando parlo e sento parlare bene di Napoli. Non posso farci nulla. M’impegno pure, ma poi il legame con questa città è talmente viscerale che, ogni volta, penso che se ne parli sempre troppo poco (bene). Oggi, il professore preferirebbe essere uomo di libertà perché, non crediate sia facile, essere uomo d’amore costa fatica. Ci vuole impegno, sacrificio, capacità di perdonare, di dimenticare. Quello “scurdammece ‘o passato” per tanti può apparire superficiale, ma non è altro che la forma più alta di grandezza umana: l’amore. Quell’amore che a Napoli si raddoppia e diventa: “ammore”. E quella doppia consonante rafforza un sentimento, lo tiene vivo, lo rende più forte. L’amore non è (solo) un sentimento. E’ una scelta. Ecco perché De Crescenzo, seppur ammaliato dalla “possibilità” di essere uomo di libertà, se dovesse tornare a nascere,“sceglierebbe” di farlo sempre a Napoli. Perché? Lo dice lui stesso: perché a Napoli ci sono più uomini d’amore e l’ “ammore” non si dice, si costruisce!

<<Gli atei sono sfortunati. Invece, il credente può vivere un pochino più felice dell’ateo. Io spero che ci sia e sono sicuro, o quasi sicuro, di andare in Paradiso>>.

Fede: se nel XVIII secolo Napoli fu conosciuta con l’appellativo di “città dalle 500 cupole” un motivo ci sarà. La cosa più bella di questa città, almeno per me, non è rappresentata soltanto dal numero sterminato di Chiese, alcune davvero bellissime, ma dall’infinito numero di edicole votive sparse per il centro storico della città. Passeggiare tra i suoi “vicoletti” è la cosa che più mi rasserena e mi dà gioia. Qui ho la conferma del perché, in questa città, il sentimento religioso in generale e cattolico in particolare – nonostante i venti forti dell’ateismo e delle altre religioni – siano più forti e continuino a resistere: perché è nato dal basso, dal bisogno vero, dalle tasche vuote e dai cuori pieni. E quando ti avvicini così a Dio ti inginocchi davvero, non per finta. E poi perché Napoli tra Patroni e Compatroni ne conta ben 52: un record. Perché di disgrazie ne ha subite tante, ma non ha mai perso la Speranza e in ogni epoca c’era un grand’uomo, che guidato dalla Parola, si distingueva e portava di nuovo la città fuori dai momenti neri.
Ne ho conosciuto di filosofi atei, ma di quelli veramente arrabbiati, di quelli con la bava alla bocca, ma De Crescenzo è napoletano e se anche nel periodo di suo maggior splendore, da “buon” filosofo cede al relativismo, adesso negli anni della saggezza alza gli occhi al cielo. Ricordate la scena sull’arte moderna? No? Eccola.  https://www.youtube.com/watch?v=73NePmxa1q4

Nel suo monologo giustifica il tutto con queste parole: <<Diceva Protagora di Abdera: l’uomo è la misura di tutte le cose. […] Protagora dice che l’uomo è l’unico giudice; è il centro dell’universo. Quindi, se l’uomo Salvatore pensa che Fontana è solo uno che sfregia i quadri, che li rompe, e allora Fontana non è arte; se, invece, l’uomo Saverio pensa che i quadri di Fontana so’ belli perché ogni volta che vede un quadro di Fontana lui sente un’emozione, allora Fontana è arte. Concludendo Protagora dice che Fontana è arte e non è arte>>.
Stando a queste parole quindi tutto sarebbe relativo, ma qui è il filosofo che parla nel 1985. In questi stralci che vi ho riportato, invece, parla il filosofo “napoletano”, quello che – alzando gli occhi al cielo – sveste i panni dell’ateo e anela il Paradiso.
Per dirla con le parole del suo “collega” Blaise Pascal: <<Bisogna che la ragione si appoggi alle conoscenze del cuore. È il cuore che sente Dio, non la ragione>>Ed ecco perché, adesso, il nostro professore può sentirlo, perché si è spogliato della sola ragione e ha aperto definitivamente quel suo cuore. Napoletano!

Yuri Buono
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Terremoto Ischia: perché Casamicciola è così fragile?

Natale in casa Cupiello. Ninuccia, ha appena lanciato a terra alcuni soprammobili per un litigio con la madre. Lucariello (Eduardo De Filippo), rientra in scena.
Era andato a “squagliare” la colla per il presepe e chiede alla moglie:
<<Neh, ch’è stato ccà ‘nterra?>>. La moglie Concetta gli risponde: <<Niente, Lucarié, nunn’è stato niente>>, ma Lucariello ribatte: <<Comme niente? Ccà pare Casamicciola ccà ‘nterra>>.
Ecco, può sembrare una semplice battuta e, invece, non lo è. Erano le 21:30 del 28 luglio 1883 e Casamicciola fu rasa al suolo da un violento terremoto. Di 2313 vittime ben 1784 persero la vita tutte a Casamicciola, compresa la famiglia di Benedetto Croce, che, invece, riuscì a sopravvivere al tragico evento.
Sono le 20:57 del 21 agosto 2017 e un altro terremoto, meno violento, si abbatte sull’isola verde, con dinamiche ed epicentro molto simili. Ancora una volta a pagarne lo scotto più grave è Casamicciola, dove mio nonno paterno è cresciuto, dove conservo ancora dei ricordi d’infanzia di alcune vacanze in famiglia, dove ancora oggi vivono alcuni miei parenti, dove uno dei cognomi più diffusi è proprio Buono.
E ieri ero lì, mi ero concesso un giorno di pausa, raggiungendo la mia famiglia in vacanza. Alle cinque di pomeriggio l’aliscafo mi riporta a Napoli e dopo poche ore mia madre mi chiama per raccontarmi cos’era successo. Tutta la mia famiglia sta bene, ma questi avvenimenti ti lasciano comunque due grossi interrogativi: in quanto poco tempo può cambiare la vita di un uomo? E fino a quando Casamicciola sarà martoriata così?
Nel 2012, Stefano Carlino, geologo presso l’Osservatorio Vesuviano, aveva già anticipato quello che poi è accaduto ad Ischia, stretta in una morsa tra il Vesuvio, il Monte Epomeo e i Campi Flegrei.
<<La sismicità ad Ischia è di natura vulcanica. In sostanza il magma genererebbe una spinta sulle rocce producendo terremoti, ma senza giungere in superficie. Gli studi più recenti mostrerebbero che la sismicità storica è legata alla dinamica di un bacino magmatico, in lento raffreddamento, il cui top si troverebbe a circa 2 km di profondità. La sismicità di energia significativa si svilupperebbe specialmente nel settore settentrionale, quello di Casamicciola, dove gli spessori delle rocce fragili sono maggiori che in altre porzioni dell’isola>>.

Ciò spiega perché, già nel terremoto del 1883, Casamicciola fu rasa al suolo, mentre la parte orientale dell’isola rimase praticamente intatta.

Ma il dott. Carlino continua e spiega che: <<Il terremoto del 1883 fu la prima grande catastrofe naturale dell’Italia post-Unitaria. Tuttavia, tra le due scelte possibili, dopo una catastrofe del genere, ovvero ricostruzione o rifondazione di Casamicciola, fu adottato, da parte degli organi dello Stato, il criterio peggiore, che in sostanza cancellava il preesistente in nome della sicurezza. Fu scelto di ricostruire gli insediamenti nelle zone pianeggianti, lungo la Marina e nel settore orientale di Casamicciola, quello meno colpito dal sisma. Insediamenti provvisori, le cosiddette “baracche”, furono edificati nella zona est, ma come spesso accade in Italia, il provvisorio diventò definitivo, tant’è che le baracche, riadattate ad edifici residenziali, sono ancora lì. Sono passati 130 anni, un pessimo esempio di valorizzazione del territorio!>>

Ecco, signori miei, già sei anni fa un esperto aveva preventivato tutto e aveva spiegato perché la zona più a rischio fosse proprio Casamicciola. Ed ecco perché i tre bambini estratti vivi non sono altro che la punta dell’iceberg di qualcosa che non si vuole vedere.
Ma quando l’uomo finge di non voler vedere, la natura è lì, a ricordargli che non è onnipotente e in questo caso tre bambini stavano avendo la peggio.
Pasquale, Matias e Ciro, rispettivamente 7 mesi, 8 e 11 anni, tutti e tre estratti vivi dalle macerie grazie a un’attenta opera di salvataggio da parte dei Vigili del Fuoco. Ciro, il maggiore dei tre, ha preso Matias e lo ha spinto sotto al letto, salvandogli la vita; poi ha cominciato a battere un manico di scopa contro le macerie per farsi sentire.

Un piccolo grande uomo. 

Un esempio di Speranza!

Restano impresse le immagini strazianti della madre che rincorre la barella dove è steso il figlio e la voce rotta del padre, mista di dolore, frustrazione e gioia.
Come poi una palazzina di tre piani possa crollare e come possano salvarsi tre bambini residenti al primo piano, di cui uno ancora in una culla e, quindi, colpiti dalle macerie dei piani superiori, beh, quello forse nessun geologo ce lo potrà mai spiegare.

Forza Pithecusa! La tradizione fa derivare il nome dal greco “pithos” (vaso), cioè l’Isola dei vasai. Altra etimologia, più fantasiosa, collega il nome a “pithekos” (scimmia) – cioè “popolata dalle scimmie” – e alluderebbe al mito dei Cercopi, abitanti delle isole flegree trasformati da Zeus in scimmie.
Di certo l’isola di Ischia è considerata il più antico stanziamento greco in Italia, risalente all’VIII secolo a.C.
Eppure, c’è qualcuno che questo forse proprio non lo sa, lo stesso qualcuno che dopo una simile tragedia non ha perso un attimo per puntare il dito contro le inefficienze o si è augurato un terremoto ancor più devastante.
Di tutto questo una sola cosa è certa: senza Ischia non sarebbe arrivata la filosofia greca; le scimmie, invece, si sono trasferite altrove, evidenziando la falla dell’anello mancante della teoria darwiniana, proprio quella che ha impedito alle scimmie di diventare UOMINI…

Yuri Buono
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